BERNARDA VISCONTI – UN FANTASMA SI AGGIRA PER MILANO

{gspeech}Un altro articolo di Luigi Barnaba Frigoli, studioso dei Visconti e autore del romanzo storico “La vipera e il diavolo”.

 Una sagoma minuta, avvolta in un mantello scuro. Un viso emaciato, pallido come la luna d’autunno. Capelli castani screziati di fulvo.

Riferiscono tutti – o quasi – i medesimi dettagli i milanesi che, nelle gelide notti d’inverno, quando attorno al Duomo cala inesorabile la tetra coltre di scighera, hanno avuto la ventura di avvistare il fantasma di Bernarda Visconti, l’infelice adultera condannata, esattamente 640 anni fa, a morire di fame nella più oscura delle gattabuie.
E chi l’ha veduta ha anche udito il suo pianto, straziante come il lamento di uno scricciolo sperduto, ferito, in preda al terrore.

Quella dello spirito senza pace della sventurata Bernarda è una delle leggende nere più note nella città di Sant’Ambrogio.
La sua colpa e la sua condanna sono però Storia. Ce la raccontano i verbali stilati dai notai viscontei, che, scoppiato lo scandalo, registrarono le dichiarazioni giurate di una quindicina di testimoni.
E, se possibile, quanto accadde per davvero alla fanciulla – ieri – sconcerta più di qualunque fortuito incontro – oggi – con il suo spettro.

Bernabò Visconti

Bernabò Visconti

Già. Perché chi non ebbe per lei pietà alcuna, consegnandola all’atroce pena e raccomandando al boia di essere più spietato che mai, fu colui che più di ogni altro l’aveva amata: suo padre.
Il tiranno fustigatore del popolo. L’ammazzapreti. Lo scomunicato, ghiribizzoso, diabolico Bernabò Viscontidominus Mediolani dal 1350 al 1385.

Nonostante l’infinito affetto per la sua legittima consorte, la veronese Beatrice Regina Della Scala, Bernabò fu, tra le altre cose, un donnaiolo impenitente. E, fra le sue innumerevoli amanti, ci fu anche Giovannola Montebretto.
Abitava in Porta Vercellina, nei pressi della parrocchia di San Pietro alla Vigna.
Ma il sovrano, che si divideva tra la Cà di Can (nell’odierna piazza Missori) e la rocchetta di Porta Romana, la volle più vicino a sé, trovandole alloggio alla Crocetta.

La passione neanche troppo clandestina (Beatrice sapeva, ma chiudeva gli occhi e si turava le orecchie) non tardò a dare frutto: poco dopo la metà del XIV secolo Giovannola dava alla luce Bernarda.
La bimba crebbe in fretta e, scorrazzando per i palazzi viscontei dove aveva facile accesso, divenne adolescente: piccola, tonda, carnosa, audace e animosa, con i capelli (un po’) rossi. Così la descrivono le cronache.

Stemma di casa Suardi

Stemma di casa Suardi

E le stesse cronache sottolineano che il padre non la trattò mai come una bastarda, bensì alla stregua di una figlia legittima.
Tanto da apparecchiarle un matrimonio di tutto rispetto. La scelta cadde su Giovanni Suardi, nobile (e ricco) cavaliere bergamasco, ghibellino e  fedelissimo della Biscia.
Le nozze furono celebrate nel 1367. Nove anni più tardi Bernarda venne arrestata con l’infamante accusa di aver tradito il suo ignaro, rispettabile consorte.

Il processo si aprì nel gennaio 1376.

Teste chiave fu Giovannolo Da Vedano, uno dei famigliari di Bernabò. L’uomo raccontò di aver sorpreso Bernarda, che ogni volta che suo marito era lontano a guerreggiare non esitava a far visita al padre, in una stanza della rocchetta di Porta Romana, a fare ciò che non avrebbe dovuto con un bel giovanotto di nome Antoniolo Zotta.
Altre persone furono ascoltate, compreso Gabriele Freganeschi che della rocchetta era il guardiano. Tutti concordi: la fanciulla era colpevole.

Romeo e Giulietta, Francesco Hayez

Romeo e Giulietta, Francesco Hayez

Lei e il suo amante vennero dunque messi in catene. Antoniolo fu condotto a dorso d’asino alle prigioni del Vigentino. Bernarda venne portata nelle segrete della rocchetta di Porta Nuova.
Qui, per prima cosa, i carcerieri la fecero spogliare (all’aperto, all’addiaccio, la sera del 17 gennaio, Sant’Antonio) e le gettarono sul corpo nudo numerose secchiate d’acqua gelata, gesto simbolico per spegnere i suoi bollenti spiriti.

Quindi la rinchiusero nelle segrete.

In gabbia i due amanti attesero di conoscere la punizione.

In base alle norme contenute negli Statuti, non trattandosi di stupro, Antoniolo avrebbe dovuto cavarsela con una semplice multa. Ma testimoni l’avevano visto non solo intento a fornicare, ma pure mentre trafficava per aprire un forziere del sovrano. E l’aggravante del tentato furto trasformò la pena pecuniaria in pena capitale. Fu appeso per il collo.
Per Bernarda le cose erano più complicate. Per lei le regole prevedevano direttamente la forca. Ma, colpevole o no, era pur sempre figlia del potente e temibile Bernabò.

Per questo carceriere e podestà ritennero cosa buona e giusta interpellarlo.

San Giovanni in Conca e a destra la Cà di Can, residenza di Bernabò visconti

San Giovanni in Conca e a destra la Cà di Can, residenza di Bernabò visconti

 

Al sovrano sarebbe bastata una sola parola per concederle la grazia. E, se perdono non poteva esserci, una sua sola parola sarebbe bastata a spedirla sul patibolo per farla finita una volta per tutte, in maniera veloce e, tutto sommato, indolore.

Ma Bernabò era Bernabò. Il crudele, spietato principe che non sapeva, non poteva, non voleva tollerare affronti. Né verso se stesso né verso i suoi uomini più fidati.

Inutile ogni supplica, ogni lacrima, ogni richiesta di clemenza.

Anche la fanciulla, sangue del suo sangue, doveva pagare con la vita. Quella vita, però, non le sarebbe stata presa subito. Le sarebbe stata sottratta a poco a poco, in un perverso stillicidio: di nuovo in cella, a pane e acqua, sino a quando le forze l’avrebbero sorretta. Resistette nove mesi.

La mattina del 4 ottobre 1376 venne ritrovata cadavere.

Appresa la notizia, Bernabò ordinò ai suoi di seppellirla in gran segreto nella chiesa di San Giacomo presso Porta Nuova. Non voleva che il popolo, già sgomento per tanta durezza di cuore, avesse altro su cui chiacchierare.

Chiuso il sepolcro, chiusa la vicenda?

Nemmeno per sogno.

Anzi, gli eventi iniziarono a prendere una piega inquietante.

Pochi giorni dopo il sovrano riceve una missiva: “Tua figlia è stata vista a Bologna”. Possibile?

Trascorre altro tempo e a Bernabò arriva un altro avvertimento: “A Firenze si dice che tua figlia Bernarda è viva”.

Gli avvistamenti iniziano anche a Milano. Nel chiostro di Santa Radegonda, ad esempio. Il sovrano è sconvolto. Convoca carceriere e becchino. Chiede loro se abbiano realmente eseguito i suoi ordini. Se per caso non si siano fatti impietosire, liberando la fanciulla. Li incalza. Li minaccia. Quelli giurano e spergiurano che no, la sentenza è stata eseguita, Bernarda è morta e ora riposa in San Giacomo.

O almeno dovrebbe.

Vengono interrogati di nuovo i testimoni. Amici, parenti, servi, cameriere, soldati. Tutti confermano, la colpa, la pena, la morte.

Ma nuovi avvistamenti si susseguono.

Milano mormora.

E Bernabò, sempre più scosso, sempre più inquieto, decide di far riesumare il corpo.

Si apre la tomba. La salma c’è, con l’abito scuro del lutto e ciò che resta della chioma rossiccia.

Bernabò prova a mettersi l’animo in pace.

Ma gli avvistamenti non finiranno.

Il fantasma di Bernarda continuerà a perseguitarlo.

E, dopo la sua morte, non smetterà di comparire, nelle notti di nebbia, per le strade di Milano.

Con il suo viso emaciato, pallido come la luna d’autunno. E il suo lamento, straziante come quello di uno scricciolo, sperduto, ferito, in preda al terrore.

Nel silenzio, un unico, flebile fiato: “Non fate del male ad Antoniolo”. La stessa struggente supplica ripetuta centinaia di volte durante la lunga agonia. Invano.

 

P.S.

Bernarda non patì i suoi tormenti da sola. Condivise con lei la grama sorte una cugina, Andreola, figlia di Matteo II Visconti, fratello di Bernabò.

Badessa del Monastero maggiore di Milano, violò i voti, fornicando con un giovanotto di nome Giberto Perdecreda.

Arrestati entrambi, lui fu impiccato, come Antoniolo.

Lei, invece, venne sbattuta alla rocchetta di Porta Nuova, nella cella accanto a quella di Bernarda, condannata anchessa a morire dinedia.

Le sopravvisse di pochi giorni, prima di chiudere anchessa gli occhi. Lei sì, per sempre.

 

 

Bibliografia minima:

  • Pietro Canetta, “Bernarda, figlia naturale di Bernabò Visconti”, Archivio Storico Lombardo, Anno X, fasc. 1, 1883.
  • Luigi Barnaba Frigoli, “Un denaro in meno di Cristo. Bernabò Visconti nella novellistica toscana”, Archivio Storico Lombardo, 2007.
  • Daniela Pizzagalli, “Bernabò Visconti”, Milano 1994.
  • Franco Fava, “Milano magica e stregata”, Milano 2012.

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