Hero, 2002, Zhang Yimou

imagesHero (in lingua cinese Yīngxióng 英雄) è un film wuxia del 2002 diretto da Zhang Yimou, interpretato da Jet Li, Tony Leung Chiu-Wai e Maggie Cheung. Il film è basato sul tentativo di assassinio di Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina, nel 227 a.C. nella residenza di Jing Ke.

Il film esce in Cina il 24 ottobre 2002, anche se a Pechino esce solo il 14 dicembre dello stesso anno. Dopo aver riscosso grande successo in tutto il mondo, negli Stati Uniti la casa distributrice Miramax stenta a farlo uscire: risulta decisiva la pressione del regista Quentin Tarantino, grazie alla quale il film esce nelle sale americane il 27 agosto 2004. In Italia il film esce l’8 ottobre 2004.

Trama

Il cupo palazzo dell'Imperatore, interpretato da Daoming Chen

Il cupo palazzo dell’Imperatore, interpretato da Daoming Chen

Nel 201 a.C. la Cina è divisa in 7 regni, violentemente in guerra l’uno con l’altro. Uno di questi, Qin, è il più agguerrito e vuole ottenere il dominio su tutta la Cina. Il re di Qin è oggetto di continui attentati, tanto da vivere ormai da tre anni in completa solitudine: nessuno può avvicinarsi a lui a meno di 100 passi. Un giorno, uno sconosciuto senza nome si presenta a lui con le armi leggendarie dei più temibili guerrieri che tramavano contro la sua persona: Cielo (Zhangkong, 長空) assassino dall’imbattibile lancia; Neve Che Vola (Feixue, 飛雪) abile spadaccina a cui il re ha sterminato la famiglia e Spada Spezzata (Canjian, 殘劍), eccezionale maestro dell’arte della spada e di calligrafia; questi ultimi due sono amanti.

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Senza Nome interpretato da Jet Li

Accolto dall’esercito di Qin con grandi onori, lo straniero ottiene il privilegio di parlare con il re e, come ricompensa per aver ucciso i tre temibili assassini gli viene permesso di sedere a 10 passi dal re.
Senza Nome (Wuming, 無名) racconta di come abbia raggiunto i due assassini in una remota scuola di calligrafia, fingendo di richiedere a Spada Spezzata la calligrafia della parola spada, e di come sia riuscito a spezzare il legame tra Neve Che Vola e Spada Spezzata, sfruttando la loro gelosia per sconfiggerli entrambi. Qualcosa mette sull’avviso il re, che si fa sospettoso e accusa Senza Nome di averlo ingannato e di voler lui stesso attentare alla sua vita: aveva potuto infatti constatare durante l’attentato di Neve Che Vola e Spada Spezzata come questi fossero nobili guerrieri incapaci di gelosie e tradimenti. Ipotizza dunque che i suoi attentatori abbiano deciso di immolarsi volontariamente per aiutarlo ad arrivare a 10 passi da lui e poterlo finalmente uccidere. Racconta dunque una sua versione ipotetica dell’incontro tra Senza Nome, Neve Che Vola e Spada Spezzata.

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Spada Spezzata e Neve che Vola interpretati rispettivamente da Tony Leung Chiu-Wai e Maggie Cheung

Vistosi scoperto, Senza Nome rivela di essere un uomo del Regno di Zhao la cui famiglia era stata sterminata dall’esercito invasore di Qin. Ammette quindi i suoi intenti omicidi e svela la tecnica che ha messo a punto per uccidere il re (La Morte A 10 Passi o Shibu Yisha, 十步一殺), ma corregge il suo racconto; nessuno è morto: Cielo e Neve Che Vola si sono effettivamente alleati con lui fingendo di morire davanti a testimoni e donandogli le loro armi per dargli la possibilità di attentare alla vita del re, altrimenti irraggiungibile. La verità comprende anche un inaspettato risvolto: durante il precedente attentato, Spada Spezzata si era reso conto che non avrebbe dovuto uccidere il re, attirando così l’ira di Neve Che Vola; di conseguenza, ha tentato in ogni modo di dissuadere Senza Nome dal suo intento, perché soltanto il re avrebbe potuto unificare i 7 regni della Cina e porre fine alle decennali guerre che avevano spazzato il paese.

Spada Spezzata esercita l'arte della calligrafia

Spada Spezzata esercita l’arte della calligrafia

Ciò nonostante, Senza Nome si era recato lo ugualmente a palazzo, deciso a compiere la sua missione. Il re, avendo capito che l’unica persona ad aver compreso il suo progetto è proprio il suo peggior nemico, Spada Spezzata,  lancia a Senza Nome la propria spada e si volta a guardare la calligrafia della parola spada eseguita da Spada Spezzata e voltando le spalle a Senza Nome. Il re comprende attraverso la calligrafia il pensiero di Spada Spezzata: il vero spadaccino è colui che non ha più bisogno della spada, né ha bisogno di uccidere. Senza Nome, dopo aver a lungo esitato, decide di risparmiare il re per un bene più grande: la pace “sotto un unico cielo”.

Senza Nome viene giustiziato

Senza Nome viene giustiziato

Disarmato e con molta calma, Senza Nome esce da palazzo circondato dall’esercito in assetto da guerra, ma arrivato alle porte del palazzo si ferma, si volta, e attende. Il re, spronato dai consiglieri e comprendendo lo stato d’animo dell’avversario, dà ordine a malincuore di ucciderlo; Senza Nome, rinuncia a difendersi. Nonostante abbia attentato alla vita del re, gli verrà tributato un funerale da eroe con tutti gli onori.

Furibonda per il fallimento dell’attentato, Neve Che Vola sfida in combattimento Spada Spezzata ritenendolo colpevole di aver convinto Senza nome a graziare il re, sebbene sappia di non avere possibilità contro di lui. Egli però rinuncia a difendersi per dimostrarle il proprio amore e viene trafitto mortalmente. Disperata, Neve Che Vola si unisce a lui nella morte. Pochi anni dopo, i sette regni divennero un unico paese governato dal re di Qin: la Cina.

Neve che Vola muore suicida assieme a Spada Spezzata, uno dei momenti più suggestivi della pellicola

Neve che Vola muore suicida assieme a Spada Spezzata, uno dei momenti più suggestivi della pellicola

Estetica

All’interno della trama si possono individuare quattro periodi, identificati visivamente dai colori dominanti nell’ambientazione e nei vestiti dei protagonisti:

  • il racconto di Senza Nome: colori caldi, in particolare il rosso: rappresenta la menzogna ideata per confondere il re, la gelosia e la passione.
  • il racconto del re di Qin: colori freddi, in particolare il blu: rappresenta la supposizione dello svolgimento dei fatti da parte del re, la lucidità di pensiero, la lungimiranza.
  • il flashback di Senza Nome: colori neutri, tra cui bianco e marrone chiaro, la purezza degli intenti;
  • il flashback di Spada Spezzata: colori rilassanti, in particolare il verde, il distacco e la serenità delle proprie scelte;

L’intreccio principale è caratterizzato principalmente da toni scuri tendenti al nero.

Grande rilevanza viene poi tributata anche al rapporto tra arte della spada e calligrafia. Le due tecniche sono complementari e rispecchiano due aspetti della stessa medaglia. Tramite la calligrafia è possibile cogliere le numerose sfaccettature della realtà. Nella scrittura ideografica, una stessa parola può essere scritta in numerosi modi diversi: si pensi a quando Senza Nome chiede a Spada Spezzata di scrivere la parola spada nel ventesimo modo, considerato che esistono già diciannove modi diversi di scrivere questa parola. Si può cogliere quindi anche il significato più profondo, ultimo dell’esistenza. Emblematica su questo punto è la scena dell’attacco da parte di Qin alla scuola di calligrafia, durante il quale il maestro ed i discepoli scelgono di affrontare la morte trafitti dalle frecce nemiche, mentre seduti compostamente e serenamente, esercitano la nobile arte calligrafica. Il film sottolinea in maniera marcata questa relazione, il cui segreto può essere colto solo tramite una profonda e totale dedizione e numerosi anni di applicazione e di pratica: spada e penna sono due differenti strumenti della stessa sublime arte, sconosciuta alla maggior parte delle persone.

Citazioni

L’essenza della calligrafia è nell’anima, e così è per l’arte della spada. L’una e l’altra aspirano alla verità e alla semplicità. (Spada Spezzata)

La prima conquista dell’arte della spada è l’unità tra uomo e spada. Quando la spada è nell’uomo e l’uomo è nella spada, anche un filo d’erba è un’arma affilata. La seconda conquista è che la spada è assente nella sua mano, ma è presente nel suo cuore. Anche a mani nude egli può abbattere il proprio nemico a cento passi. La conquista finale dell’arte della spada è l’assenza della spada nella mano e nel cuore. La mente aperta contiene tutto! L’uomo di spada è in pace col mondo! Egli non uccide, e porta la pace all’umanità.
(Re di Qin)

Critica

Di sotto riportiamo alcune critiche che accompagnarono il film alla sua uscita

“Scritto fra il 1999 e il 2000 sotto lo choc dei missili americani sull’ambasciata cinese a Belgrado; girato nel 2001 dell’incidente dell’Hunan (la cattura di un aereo spia americano), ‘Hero’ risponde a chi è insieme partner commerciale del film e rivale geopolitica della Cina. Comunista mai, cinese sempre, Zhang Yimou con ‘Non uno di meno’ e ‘La strada verso casa’ aveva dimostrato di saper fare ottimo spettacolo della storia contemporanea cinese; ora – allo stesso modo – ci riesce con quella antica.” (Maurizio Cabona, ‘Il Giornale’, 8 ottobre 2004)

Senza Nome circondato dalle guardie imperiali

Senza Nome circondato dalle guardie imperiali

“Diretto da uno dei registi più dotati, versatili (e ambigui) del cinema d’oggi, lo Zhang Yimou di ‘Lanterne rosse’, ‘La storia di Qiu Ju’, ‘La strada verso casa’, film assai diversi come si vede, ‘Hero’ è molte cose insieme. E’ la conversione definitiva del suo autore a quella via orientale al grande spettacolo per occidentali ottenuta mixando arti marziali ed effetti speciali (riferimento obbligato: ‘La tigre e il dragone’ del taiwanese americanizzato Ang Lee). E’ una involontaria ma perfetta metafora del neocapitalismo arrembante nella Cina postcomunista, ovvero una dimostrazione pratica di potenza cinematografica. (…) Naturalmente Zhang Yimou non è uno sprovveduto e il suo è anche un film visivamente irresistibile sul passato e il potere, la Storia e la verità, ovvero il modo in cui raccontiamo, manipoliamo e mettiamo in scena, letteralmente, la realtà. Con echi dal ‘Rashomon’ di Kurosawa per l’avvicendarsi di versioni sempre diverse della stessa storia.”
(Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero, 8 ottobre 2004)

Senza nome dimostre a Spada Spezzata e Neve che Vola la sua abilità, durante la versione "blu" della "verità"
Senza nome dimostre a Spada Spezzata e Neve che Vola la sua abilità, durante la versione “blu” della “verità”

“Esordendo nel kolossal il regista ha voluto fare di tutto e di più: più di Hollywood e Hong Kong messe insieme. Composte con una cura degna di Kurosawa, le immagini ci riempiono gli occhi: duelli sospesi nell’aria, combattimenti di uno contro cento, migliaia di frecce che piovono dal cielo; il tutto coreografato impeccabilmente da Ching Siu Tung (‘Storie di fantasmi cinesi’). Però Zhang non si è fatto mancare neppure le soddisfazioni intellettuali: il racconto è una costruzione concettuale, dove le versioni dei fatti si contraddicono (‘Rashomon’) e ogni flashback ha un colore differente. Ha raggiunto lo scopo poiché ‘Hero’ è stato accolto trionfalmente non solo in Cina ma anche negli Usa. Eppure la perfezione dei dettagli va a scapito dell’anima: e il colore di una foglia finisce per contare più dei personaggi che sembrano (splendide) marionette mosse dai fili”. (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 9 ottobre 2004)

Il vento appare sempre nelle scene in cui viene "mossa la spada" secondo il principio che l'arma rappresenti l'anima del guerriero.

Il vento appare sempre nelle scene in cui viene “mossa la spada” secondo il principio che l’arma rappresenti l’anima del guerriero e che vengano mosse quindi forze interiori.

“Ambientato 2400 anni fa, ‘Hero’ si rifà alle leggende fiorite intorno al re Qin, unificatore della Cina, lo stesso che stava al centro di ‘L’imperatore e l’assassino’ (1999) di Chen Kaige. (…) Molti si entusiasmano a questo spettacolare carosello di ritualismi e sciabolate, a onta della constatazione che la pompa e la raffinatezza della confezione nascondono il vuoto, i personaggi sono fantocci e i divi cinesi a noi occidentali dicono poco. Tanto da far venire il dubbio che il regista Zhang Yimou sia ormai perduto alla causa del cinema d’autore.”
(Tullio Kezich, ‘Corriere della Sera’, 9 ottobre 2004)

Nella versione "rossa" della "verità" prevalgono passione e gelosia.

Nella versione “rossa” della “verità” prevalgono passione e gelosia.

La nostra opinione

Per quanto ci riguarda condividiamo appieno la posizione di Andrea Olivieri su Il cinema del silenzio

Zhang Yimou disegna un affresco in cinque colori sulla nascita dell’impero cinese, una sorta di canto di fondazione; il peso di un futuro migliore viene posto sulle spalle dell’imperatore, ma è un onore appesantito dal sangue e dal sacrificio.
Il racconto inizia con le tonalità cupe e grigio scure dei Palazzi, passando poi ai rossi della passione e al blu della cospirazione seguito dal giallo della guerra. L’aspetto cromatico costituisce uno sforzo di rappresentare non solo una società o un periodo, ma il cosmo stesso. Hero è dunque un wuxia assolutamente astratto; il tempo si ferma e tutto si decide nella durata del rimbalzo di una goccia d’acqua. Poi, lentamente, tra le pieghe della memoria, si insinua il tema: un’indagine rashomoniana sulla sete di potere.
L’autore soave di “Lanterne Rosse” abbandona la semplicità e la linearità delle sue opere precedenti a modello intimista e sentimentale, rielaborando la più classica ambientazione dell’epos cinese nel III secolo a.C. Bellezza e dolore, grandiosità e profondità, fascino e intrigo; la poetica del film è del tutto esplicita ed è nella forma e nel significato un inno all’Arte. È l’Arte infatti che si pone in continuo raffronto con il “mestiere delle armi”, che ne costituisce bilanciamento e controparte, fino a generare una fusione mitica.
Altrove è la musica: come l’arte della spada, diventa pura espressione di sé, di un “moto interiore” che priva il combattimento della sua componente violenta, fino a giungere al momento più alto in cui si combatte nella mente, senza muoversi.
Un film dalla cristallina struttura circolare, immaginifico, sottilmente seducente. Uno spazio visivo ed emotivo in cui Zhang Yimou mescola alla perfezione epica, tradimento, sentimenti, onore e filosofia. Così come i silenziosi dialoghi segnati da passione e dramma, in cui traspare la vera essenza di Spada Spezzata, Neve che Cade, Cielo, Luna, Senza Nome. Eroi senza tempo…

Combattimento tra Neve che Vola e Luna, allieva di Spada Spezzata, interpretata da Zhang Ziyi. Pieno stile wuxia.

Combattimento tra Neve che Vola e Luna, allieva di Spada Spezzata, interpretata da Zhang Ziyi. Pieno stile wuxia.

Riferimenti Storici

Qin Shi Huang

Qin Shi Huang

Probabilmente figlio di Yíng Zǐchǔ (嬴子楚), nacque nel mese cinese zhēng (), il primo mese dell’anno nel calendario allora in uso, e fu perciò chiamato Zhèng (). L’epoca in cui nacque corrisponde all’ultima fase del periodo degli stati combattenti; dei molti staterelli in cui il Paese era diviso, ne sopravvivevano ormai solo una manciata, e di questi il regno di Qin era uno dei più potenti; per siglare le alleanze, tuttavia, era d’uso lasciare un membro della famiglia reale in ostaggio presso lo Stato alleato, e Zǐchǔ era ostaggio dello Stato di Zhao al momento della nascita di Zhèng, che perciò nacque nella capitale straniera,Handan. Non molto tempo dopo Zǐchǔ riuscì a fuggire da Zhao con l’aiuto del ricco mercante Lü Buwei, in tempo per diventare il re Zhuangxiang di Qin (sebbene Zhuangxiang sia un nome postumo); Lü Buwei divenne il suo cancelliere. Secondo una tradizione molto nota Zhèng sarebbe stato figlio di Lü Buwei perché sua madre era già incinta quando sposò Zǐchǔ, ma la leggenda non ha fondamento storico, ed è probabilmente da attribuirsi a oppositori confuciani dell’imperatore.

Zhèng ascese al trono nel 247 a.C., ma aveva solo dodici anni e mezzo, perciò fu affiancato da un reggente, dalla cui custodia riuscì a liberarsi solo nel 238 a.C. con un colpo di stato. Una volta assunto il controllo dello Stato di Qin mosse le sue armate contro lo Stato di Han, sul quale ebbe la meglio nel 230 a.C.; seguirono Wei (225 a.C.), Chu (223 a.C.), Zhao e Yan (222 a.C.), e infine Qi (221 a.C.).

Nel 221 a.C., governando ormai l’intero territorio cinese, e desiderando di distinguere la sua posizione da quella di semplice re di Qin, forgiò per sé il titolo di huangdi (皇帝, letteralmente “”augusto sovrano””), unendo i caratteri che indicavano i Tre Augusti e Cinque Imperatori, sovrani mitologici del Paese unito. Si pose sullo stesso piano dei progenitori, evidenziando il fatto che non aveva bisogno della tradizione per legittimare il proprio dominio. Poiché il titolo di huangdi è generalmente tradotto come “imperatore”, egli è conosciuto come il Primo Imperatore (in cinese Shi Huangdi); il suo successore avrebbe assunto il nome Er Shi Huangdi (imperatore della seconda generazione) e così via.

Statua in terracotta di Qin Shi Huang al comando del suo esercito

Statua in terracotta di Qin Shi Huang al comando del suo esercito

Dopo aver riunificato la Cina l’imperatore si dedicò a rafforzare il suo dominio e la sua amministrazione, affiancato dal suo ministro Li Si; non trascurò però l’aspetto militare, e condusse varie campagne contro le popolazioni nomadi che abitavano i confini del suo impero. L’odierno Guangdong, a Sud, fu annesso alla Cina per la prima volta, e gli Xiongnu a Nord-Ovest furono sconfitti; quest’ultima vittoria non fu però definitiva, e questa fu una delle cause che lo spinsero a collegare le varie mura erette durante il periodo degli stati combattenti in quello che divenne il primo nucleo della grande muraglia cinese, sebbene oggi resti ben poco delle mura dell’epoca.

Conquistata l’intera Cina, il Primo Imperatore si accinse a realizzare una serie di riforme che avrebbero lasciato un’impronta indelebile sulla successiva storia cinese. In quest’opera interagì col suo primo ministro Li Si, un legista allievo di Xunzi. La teorizzazione legista servì da supporto all’azione decisa e spietata del governo Qin.

La cosiddetta Grande Muraglia Cinese la cui costruzione si deve a Qin Shi Huang

La cosiddetta Grande Muraglia Cinese la cui costruzione si deve a Qin Shi Huang

Il primo decreto imperiale segnò l’abolizione del regime feudale, al fine di evitare il riproporsi di situazioni come il caos politico del periodo degli stati combattenti; l’impero fu diviso in 36 governatorati (, jùn), amministrati ciascuno da un governatore civile (, shōu) e da un governatore militare (, wèi), entrambi di nomina imperiale. Il governatore civile era superiore a quello militare, ma veniva assegnato a un altro governatorato dopo alcuni anni per prevenire la ricostituzione di una base di potere di tipo feudale; inoltre in ogni governatorato veniva nominato un ispettore (, jiàn) con l’incarico di riferire all’imperatore sull’operato dei due governatori e di risolvere le eventuali dispute tra di essi. I governatorati erano poi divisi in distretti (, xiàn), anche questi retti da funzionari di nomina imperiale. Questa struttura amministrativa rappresentava in realtà poco più di un’estensione di quella già in vigore nello Stato di Qin, nel quale la struttura feudale era stata abolita nel IV secolo a.C., ma ebbe il merito di unificare politicamente e militarmente le conquiste e centralizzare il potere.

La capitale fu posta a Xianyang, vicino l’odierna Xi’an, già capitale di Qin e nella quale ordinò che si trasferissero tutti i membri delle precedenti famiglie reali, in modo che fosse possibile sorvegliarli e prevenire loro ribellioni.

Le unità di misura furono standardizzate, e in particolare fu uniformato lo scartamento assiale dei carri, in modo che questi fossero liberi di circolare agevolmente nelle nuove strade imperiali; fu creata infatti una vasta rete di strade e canali per agevolare il commercio, ma anche le marce militari verso le province più lontane. La moneta del regno di Qin fu imposta a tutto l’impero.

Il nome Qin Shi Huang in caratteri ufficiali detti "piccolo sigillo"

Il nome Qin Shi Huang in caratteri ufficiali detti “piccolo sigillo”

I caratteri di scrittura in uso nello Stato di Qin furono modificati e imposti a tutto l’impero unificando per la prima volta la scrittura cinese; lo stile è oggi detto del “piccolo sigillo” (小篆, xiǎozhuàn), nome coniato durante la dinastia Han quando ormai veniva usato solo per fini decorativi, per distinguerlo dal “grande sigillo” (大篆, dàzhuàn), nome che accomuna tutte le varianti regionali in uso sotto la dinastia Zhou: collettivamente sono noti come “scrittura del sigillo” (篆文, zhuànwén). Nel nuovo stile furono scritti editti e documenti ufficiali, anche al fine di portare il popolo a conoscenza dei nuovi caratteri: in particolare i famosi editti delmonte Taishan, per annunciare al Cielo l’unificazione della Terra sotto un solo imperatore. I caratteri erano però difficili da scrivere, e si affermò popolarmente una variante informale che costituisce l’antenato dei caratteri degli Han (hanzi).

Nel 213 a.C., su consiglio di Li Si, allo scopo di eliminare ogni traccia della tradizione che potesse costituire una minaccia al suo mandato imperiale, attuò il rogo dei libri e sepoltura degli eruditi (cinese: 焚書坑儒; semplificato: 焚书坑儒; trascrizione pinyin: Fénshū Kēngrú), politica che durò fino al 206 a.C.; furono bruciati tutti gli antichi testi, fatta eccezione per quelli di argomento tecnico o scientifico e per gli annali dello Stato di Qin; questi ultimi furono però bruciati insieme all’archivio imperiale durante una delle numerose rivolte contro il suo successore Qin Er Shi. Al rogo dei libri si accompagnò poi una violenta persecuzione contro gli intellettuali, soprattutto di matrice confuciana, 460 dei quali furono sepolti vivi. Gli studiosi moderni paragonano il rogo dei libri alla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong, dato anche un comune odio verso gli intellettuali dei due grandi personaggi della storia cinese. Il fatto è citato nel romanzo Auto da fé di Elias Canetti ove il sinologo Kien tiene un discorso a libri della sua biblioteca.[2]

I tre attentati falliti

Qin Shi Huang scampò a ben 3 attentati, il primo per mano di un cantore che tentò di far esplodere la sua cetra, il secondo nel mezzo di un’imboscata quando era di ritorno da una spedizione in Manciuria, il terzo invece quando fu ferito da un suo rivale politico che lo stesso Qin aveva invitato alla corte. Egli si lanciò sull’imperatore intento ad ammirare uno dei regali offerto dall’ospite, ma invano, perché Qin fu più svelto a girarsi e colpirlo a morte. In seguito l’attentatore fu giustiziato dalle guardie dell’imperatore.

Dopo quell’episodio Qin perse la fiducia in ognuno dei suoi cortigiani. Furono mandate a morte centinaia di persone le quali Qin sospettava solo potessero aspirare a ucciderlo. Cinque anni dopo, fece giustiziare tutti gli abitanti di un piccolo centro abitato dell’Henan poiché rei per Qin di aver scritto su un meteorite precipitato pochi giorni prima frasi ingiuriose contro di lui. Non riuscendo ad identificare l’esecutore di queste frasi, furono mandati a morte tutti gli abitanti del villaggio, dopo aver fatto distruggere il meteorite.

La ricerca dell’Immortalità

Il complesso tombale di Qin Shi Huang

Il complesso tombale di Qin Shi Huang

Secondo una nota tradizione, nella sua vecchiaia l’imperatore divenne ossessionato dall’idea di ottenere l’immortalità; visitò tre volte l’isola di Zhifu, sulla quale si diceva esistesse una montagna dell’immortalità (la sua presenza sull’isola è confermata da due iscrizioni), e inviò uno degli isolani, Xu Fu, a cercare la leggendaria terra di Penglai, dove vivrebbero gli immortali; secondo la leggenda costoro non tornarono mai dall’imperatore, temendone la furia, e si stabilirono invece in Giappone.

Durante uno dei suoi numerosi viaggi per ispezionare l’efficienza dell’amministrazione imperiale, nel 210 a.C., morì nel suo palazzo diShaqiu; secondo la leggenda, i suoi dottori avevano confezionato delle pillole che avrebbero dovuto renderlo finalmente immortale, ma ironicamente queste contenevano mercurio e lo avvelenarono. Fu poi sepolto nel mausoleo che si era fatto costruire ad Est del monte Lishan, oggi patrimonio dell’umanità e famoso per l’imponente esercito di terracotta sepolto con l’imperatore.

Sempre secondo la leggenda, la morte dell’imperatore fu tenuta nascosta anche alla corte per volontà di Li Si, che aspettò di tornare nella capitale Xianyang prima di divulgare la notizia. Poiché l’imperatore non aveva nominato un erede, nei due mesi che impiegarono per arrivare a Xianyang coloro che erano al corrente della sua morte, cioè il suo primo ministro Li Si, il capo eunuco Zhao Gao e suo figlio Huhai, si accordarono per falsificare un testamento imperiale, mettendo Huhai sul trono (egli assunse poi il titolo di Er Shi Huangdi) e accusando ingiustamente il suo fratello maggiore e pretendente al trono, Fusu, che si suicidò.

Solo 3 anni dopo la morte dell’imperatore la Cina ripiombò in una guerra civile, finché dopo 5 anni, nel 202 a.C., emerse la dinastia Han; poiché i nuovi imperatori adottarono anch’essi il titolo di huangdi, Shi Huangdi divenne noto come Qin Shi Huangdi, e successivamente Qin Shi Huang. Il di venne eliminato perché il titolo fu assimilato al nome imperiale, e generalmente i nomi cinesi sono composti al più di tre caratteri, uno per il cognome e uno o due per il nome; per lo stesso motivo il suo successore Qin Er Shi Huangdi è oggi noto come Qin Er Shi.

Nella tradizione cinese il primo imperatore è generalmente descritto come un tiranno brutale, superstizioso, ossessionato dall’immortalità e terrorizzato dagli assassini, e spesso anche come un regnante mediocre. Non si sa quanto di tutto ciò sia vero, ma probabilmente i giudizi degli storici antichi sono offuscati dalla propaganda confuciana, che condannava l’imperatore per le sue persecuzioni contro di loro e per il suo supporto al legismo, corrente di pensiero che venne screditata durante la confuciana dinastia Han. Due testi di propaganda confuciana in tal senso sono i Dieci crimini di Qin, compilato da storici confuciani, e Le colpe di Qin (過秦論), di Jia Yi, un testo ammirato come esempio di retorica e pensiero confuciano; in questo si sostiene come le cause del crollo della dinastia Qin fossero da attribuire al comportamento di Qin Shi Huang, che andò contro gli insegnamenti di Confucio, ricercando avidamente il potere e angustiando il popolo con leggi severe e opere imponenti, per la costruzione delle quali molti lavoratori sarebbero morti. Il fatto che il confucianesimo abbia dominato il pensiero cinese fino all’inizio dell’età contemporanea rende molto difficile distinguere la verità dalla leggenda.

Storiografia

Dopo la caduta della dinastia Qing la storiografia cinese cominciò a rivalutare la figura del primo imperatore; lo storico Xiao Yishan, legato al Kuomintang, ne elogiò l’aver protetto la Cina dai barbari con campagne militari e con la costruzione della grande muraglia. Nel 1941 Ma Feibai ne pubblicò una biografia revisionista intitolata Qin Shi Huangdi Zhuan (秦始皇帝傳) in cui lo definiva “uno dei grandi eroi della storia cinese” e paragonava Chiang Kai-shek a lui, auspicando che questi realizzasse una nuova unificazione della Cina così come il primo imperatore aveva fatto.

Con la sconfitta del Kuomintang e l’ascesa al potere del Partito Comunista Cinese la sua figura fu nuovamente reinterpretata, stavolta da un punto di vista marxista; nella Storia completa della Cina, compilata nel 1955, la sua opera di unificazione e standardizzazione fu giudicata espressione degli interessi della nobiltà e dei mercanti, e la caduta della dinastia Qin conseguenza della lotta di classe, che non vide trionfare i contadini solo perché la rivolta si era compromessa con elementi della classe dirigente.

Nel 1972 però, l’interpretazione ufficiale cambiò nuovamente: Hong Shidi pubblicò una biografia dal titolo Qin Shi Huang, in cui il primo imperatore veniva descritto come un precursore della rivoluzione, che distrusse le forze che volevano il paese diviso e rifiutò il passato, senza temere di usare la forza per avere la meglio contro i reazionari come “l’industriale e mercante di schiavi” cancelliere Lü Buwei. Nel 1974 sulla rivista Bandiera Rossa Luo Siding diede seguito a questa interpretazione ascrivendo le colpe della caduta della dinastia Qin all’eccessiva tolleranza del primo imperatore, che non aveva imposto la “dittatura sui reazionari, fino al punto di permettere ad essi di farsi strada negli organi di autorità politica e usurpare posizioni importanti”, come il capo eunuco Zhao Gao che si impadronì del potere con lo scopo di restaurare l’ordine feudale.

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