La Messa dello Spadone e il Patriarca di Aquileia

Diacono con elmo, spadone ed evangeliario durante la celebrazione - foto Ulderica DaPozzo

Diacono con elmo, spadone ed evangeliario durante la celebrazione – foto Ulderica DaPozzo

Ogni anno dal 1366 si celebra a Cividale una particolare Messa dell’Epifania. Nel tempo, diversi storici hanno cercato di svelare il mistero che avvolge quest’antica cerimonia con diverse interpretazioni, spesso frutto di fervida fantasia. Di questa messa, infatti, non si ha ancora precisa documentazione su origine e significato. Di sicuro si tratta di uno dei riti liturgici più singolari e suggestivi che la Chiesa abbia conservato. L’appellativo “dello Spadone” deriva dal fatto che, durante la cerimonia liturgica, fa la sua comparsa una spada, appartenuta al Patriarca Marquardo di Randeck; spada che il Diacono usa, in diversi momenti, sollevandola e fendendo l’aria in segno di saluto, quando si rivolge al clero disposto nel coro, e ai fedeli.

La tesi più accreditata è quella che vuole dare alla cerimonia il doppio significato liturgico e politico, in quanto celebrata dal Patriarca all’atto del suo insediamento. Il Patriarca, infatti, era anche uomo d’arma, perché deteneva il potere temporale di un vasto territorio: il Patriarcato d’Aquileia. La tesi può essere ulteriormente avvalorata dal fatto che il Diacono, con in testa un elmo piumato, durante alcuni momenti del rito impugna con la mano destra la spada e con la sinistra l’Evangeliario.

Il Patriarcato di Aquileia

E’ necessario dare alcune notizie storiche sul Patriarcato per comprendere meglio il valore e il significato del perpetuarsi di questa tradizione. Aquileia fu una fiorente città portuale romana, fondata nel 181 a.C. come colonia e avamposto militare. Nell’Occidente le circoscrizioni metropolitiche iniziarono a formarsi a partire dalla fine III secolo, sulla falsariga dell’organizzazione imperiale romana, non tanto in forza di espliciti decreti canonici, ma per il consolidamento di tradizionali e spontanee convergenze di diocesi periferiche verso il loro centro metropolitano. Nell’Italia settentrionale, particolarmente dopo la morte di sant’Ambrogio, venne formandosi, accanto a Milano, la metropoli di Aquileia, la cui chiesa era divenuta alla fine del IV secolo la tribuna dell’ortodossia e il cui clero si distingueva per l’intensa attività missionaria.

Patriarcato di Aquileia

Patriarcato di Aquileia

La metropoli del vescovo di Aquileia venne così a comprendere, già nel V secolo, i territori della Venetia et Histria, escluse le diocesi di Cremona e di Brescia, della Raetia secunda, del Noricum, della Pannonia prima e della Pannonia Savia. Si trattava di un territorio immenso, delimitato, ad occidente, dal corso del Po nel tratto che va dalla foce alla confluenza con il Mincio, quindi procedendo verso il nord, includendo il lago di Garda, raggiungeva il Danubio alla confluenza dell’Iller; procedeva poi a settentrione dal corso del Danubio fino a Brigenzio; ad oriente era limitato da una linea che scendeva quasi diritta fino a sud della Sava, per poi deviare ad ovest parallelamente al fiume, fino a raggiungere ed includere la parte occidentale della penisola istriana. Così, mentre l’organizzazione imperiale si disfaceva, la Chiesa aquileiese ricostruiva proprio in un settore particolarmente critico per l’Occidente una nuova unità di ideali.

Giustiniano dal mosaico di San Vitale, Ravenna

Giustiniano dal mosaico di San Vitale, Ravenna

Nel 554 gli arcivescovi metropoliti di Milano e Aquileia si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall’Imperatore Giustiniano contro i testi di tendenza nestoriana noti come Tre Capitoli e non condivisero perciò le conclusioni del Secondo Concilio di Costantinopoli, dando inizio ad uno scisma noto con il nome di Scisma tricapitolino: nel 557 durante il sinodo provinciale convocato ad Aquileia per l’elezione del nuovo metropolita Paolino I si confermò di non riconoscere le conclusioni del Concilio di Costantinopoli II e di rendersi chiesa autonoma. Nel 568, sotto la pressione dell’invasione longobarda, Paolino trasferisce la sede episcopale a Grado, sotto la protezione di Bisanzio, dove è proclamato patriarca. La Chiesa di Aquileia si era elevata a patriarcato per sottolineare l’indipendenza gerarchica da Roma e Costantinopoli, ma nel 606 il patriarcato si divise in due, con un patriarca ad Aquileia (tricapitolino) e uno a Grado (cattolico).

Longobardi e Bizantini

Longobardi e Bizantini

Questa divisione fu dovuta essenzialmente alla mutata situazione politica della zona: l’entroterra friulano, inclusa Aquileia, sotto la dominazione longobarda e tutto il litorale adriatico della Venetia maritima sotto l’influenza bizantina. Inquadrato nel Ducato del Friuli durante il Regno longobardo, a seguito della conquista franca, nel 952 il territorio del Friuli venne sottoposto al Ducato di Baviera. Ma già nel 976 i territori venivano inclusi nel nuovo ducato di Carinzia. Enrico IV, sceso in Italia per ottenere la revoca della scomunica ricevuta da papa Gregorio VII (celebre l’episodio della cosiddetta umiliazione di Canossa), si trovò ben presto ad affrontare una rivolta dei nobili, dovuta alla sua lontananza ed al fatto che il papa, pur avendo ritirato la scomunica non aveva annullato la dichiarazione di decadenza del trono. Risolti i problemi con il papa Enrico tentò di precipitarsi in patria per ristabilire il suo potere, scoprì però che i nobili locali che controllavano i valichi alpini si erano schierati con la nobiltà tedesca, vista al momento come favorita. Solo il patriarca di Aquileia, Sigeardo di Beilstein, gli concesse di passare. Il 3 aprile 1077, per la fedeltà dimostrata, Sigeardo ottenne dall’imperatore Enrico IV, che nel frattempo era riuscito a ristabilire la sua autorità, l’investitura feudale di Duca del FriuliMarchese d’Istria e il titolo di Principe, costituendo quindi il Principato ecclesiastico di Aquileia, feudo diretto del Sacro Romano Impero.

Mappa Patriarcato

Mappa Patriarcato

Nasce così il patriarcato di Aquileia (chiamato anche Patria del Friuli, in friulano Patrie dal Friûl), che fu un’entità statale e politico-religiosa esistita dal 1077 al 1420, e che, soprattutto sotto il profilo ecclesiastico, amministrava un territorio vastissimo con al centro l’odierno Friuli. Anche i successori di Sigeardo, che per lungo tempo saranno tutti di origine germanica, seguirono tale linea filo-imperiale, il che permise loro di consolidare lo Stato, la Patrie dal Friûl, che oltre giunse ad includere anche Trieste, l’Istria, la Carinzia, la Stiria, il Cadore. Nel 1420 il patriarcato venne invaso dalle truppe veneziane e, resi nulli i tentativi di riconquista del patriarca Ludovico di Teck, i territori dell’ormai ex-principato ecclesiastico passarono sotto il dominio della Repubblica di Venezia, che li incorporò, col nome di Patria del Friuli, quali entità autonoma nel corpo dei suoi Domini di Terraferma. Il termine Patriarcato di Aquileia può quindi essere usato per indicare tre realtà storiche diverse e cioè:

  • la provincia metropolitana di Aquileia, ossia l’insieme delle diocesi sulle quali la Chiesa aquileiese acquisì giurisdizione canonica;
  • la diocesi soggetta all’immediata e diretta giurisdizione del vescovo di Aquileia;
  • il principato temporale che determinate circostanze storiche assegnarono al capo della Chiesa aquileiese.

Il Patriarca sovraintendeva sulle diocesi vescovili incluse nella sua giurisdizione metropolitana e ne nominava il vescovo. La sua corte era internazionale poiché comprendeva popoli di lingua ed etnia diversi. Univa il mondo latino con quello germanico e quello slavo. Nel territorio della sua diocesi svolgeva la funzione di vescovo a mezzo di suoi vicari.

Marquardo di Randeck

Carta iniziale del testo introdotto dal decreto di Marquardo di Randeck

Carta iniziale del testo introdotto dal decreto di Marquardo di Randeck

La figura di Marquardo e’ molto importante per la storia del Friuli. Il 6 luglio 1366, il patriarca Marquardo entrò nella città di Cividale del Friuli, sede del patriarcato, attraverso la porta di San Pietro, accolto con grandi onori da tutta la popolazione della città, che visse sotto questo patriarca il momento della sua massima potenza giurisdizionale. Per l’occasione dell’entrata in città di Marquardo venne convocato anche il Parlamento della Patria del Friuli. Il patriarca venne inoltre omaggiato quindi con la consegna di prodotti della terra da parte dei deputati, che posero al suo servizio i loro feudi gastaldie simboleggiati dalle insegne e dai soldati che li accompagnavano. Dotato di una profonda cultura giuridica, Marquardo promulgò la Constitutiones Patriae Foriiulii detta anche Codice Marquardiano, il corpus delle leggi, soprattutto civili e procedurali, che formò la base principale del diritto friulano, in vigore fino alla fine del XVIII secolo, con la caduta della Serenissima. Il patriarca si dedicò anche al restauro della Basilica di Aquileia, danneggiata da un grave terremoto nel 1348 e ricostruita in stile gotico.

Una cerimonia mutuata dal mondo germanico

La Messa dello Spadone trae origine dal mondo germanico tardomedievale dove questa celebrazione religiosa era nata con il nome di Schwertmesse – Messa della Spada. Fu celebrata per la prima volta a Basilea nel 1347, poi in Francia e in Germania e, da qui, venne “importata” in Friuli da Marquard von Randeck, patriarca di Aquileia. Il 6 luglio 1366, di fronte alla nobiltà e al popolo radunati nella basilica cividalese, Marquardo ricevette dal vicedecano del Capitolo una spada, simbolo della sua signoria spirituale e temporale. Con essa celebrò a Cividale la prima Messa dello Spadone, replicando il rituale della Schwertmesse. Oggi questo antico rito rivive solo nella città di Cividale, dove, forse, si è voluto conservare, anche se in copia, la spada di Marquardo, considerata l’ultimo simbolo dello Stato patriarcale nel quale Cividale ebbe un ruolo di primo piano. Ancora oggi questa straordinaria liturgia testimonia in modo vivo e vitale il grande patrimonio religioso, spirituale e storico di Cividale.

La Messa

La messa ha inizio con la processione del clero che esce dalla sacrestia secondo un preciso protocollo: il primo ad uscire è un chierichetto con una croce astile in argento, ai suoi lati due ceroferari con i loro candelieri; seguono i canonici ( un tempo una quarantina) con la cappa magna e le insegne di conti di Tolmino; il Suddiacono e il Diacono con in testa l’elmo piumato, la spada impugnata con la destra e l’Evangeliario appoggiato al petto sorretto con la sinistra; il celebrante con a fianco il maestro delle cerimonie seguiti da altri chierici che chiudono la processione. Salita la gradinata che porta al presbiterio, tutti si arrestano davanti all’altare sormontato dalla famosa Pala d’argento dorato del Patriarca Pellegrino I, si voltano verso l’assemblea e il Diacono si fa avanti sino al limite della gradinata e con la spada vibra tre colpi in aria in segno di saluto o benedizione. Il celebrante si avvia all’altare e i canonici dell’Insigne Collegiata di Cividale prendono posto nel coro. Il Diacono consegna la spada e l’elmo a due chierici mentre il libro dei Vangeli viene deposto sul leggio. La Messa sino all’Epistola si svolge in rito Romano. L’Epistola è cantata dal Suddiacono in antica melodia aquileiense. Prima della lettura del Vangelo il celebrante incensa il Diacono che si rimette l’elmo, prende la spada e l’Evangeliario e, accompagnato dai chierici e dai ceroferari, si porta nuovamente al sommo della scalinata per ripetere i tre fendenti di spada in aria. Successivamente il Diacono si toglie l’elmo e consegna la spada per poter incensare il libro del Vangelo e cantare il Vangelo epifanico secondo le modulazioni del rito patriarchino aquileiense, in cui trovano unione solennità di tono e melodia gregoriana.


Al termine del canto, il Diacono ritorna sulla cima della scalinata per ripetere il saluto con la spada e cantare, sempre con intonazione aquileiense, l’annuncio delle festività liturgiche che culmineranno nella Pasqua. La parte rimanente del rito non ha variazioni rispetto alle comuni liturgie. Alla fine il Diacono, sempre con elmo e spada, al canto dell’ Ite Missa est, saluta i fedeli con tre poderosi colpi di spada. Il corteo si ricompone e discende la scalinata per tornare in sacrestia. Tutta la cerimonia è accompagnata dai canti e dalle musiche della Cappella Musicale del Duomo.

Spada, elmo ed evangeliario

Spada, elmo ed evangeliario sono esposti al Museo Cristiano e Tesoro del Duomo

Spada, elmo ed evangeliario sono esposti al Museo Cristiano e Tesoro del Duomo

La lunghezza singolare di questa spada – ben 109 centimetri – ha indotto i cividalese a chiamarla familiarmente “spadone”. Si tratta di uno stocco (lama di foggia tedesca) che appartenne a Marquardo von Randeck, Patriarca dal 1366 al 1381. Il suo nome è inciso sulla guardia dell’elsa, di ottone argentato e finemente lavorato, che riporta anche la data della sua investitura a Patriarca di Aquileia: 6 luglio 1366 “AN° MCCCLXVI DIE VI IVL – TEMP.RE MARQVARDI PATR.” Dopo la cerimonia la spada viene riposta in una guaina di cuoio rivestita di seta bianca.

 

 

 

 

 

Evangeliario usato esclusivamente per la Messa dello Spadone

Evangeliario usato esclusivamente per la Messa dello Spadone

L’Evangeliario, che viene adoperato esclusivamente per la Messa dell’Epifania, è un codice del XV secolo. Oltre al Vangelo epifanico contiene anche quelli letti durante le maggiori solennità della Chiesa. La sua copertura (cm. 27×19) è in lamina d’argento sbalzata con tracce di doratura ed è applicata su una tavola di legno rivestita di velluto rosso scuro. La parte anteriore racchiude, entro una cornice ornata di fogliami disposti entro girali a forma di esse, la scena della “Crocifissione”. Il Cristo, con i piedi distaccati e inchiodati su un largo supporto, ha il corpo leggermente incurvato sulla destra, le braccia sollevate ed il capo nimbato reclinato sulla spalla. Gesù è affiancato da Maria e Giovanni in atteggiamento di profondo dolore. Al di sopra, due angeli completano l’iconografia della sacra rappresentazione. Sopra la croce, entro una tabula, in lettere greche vi è abbreviato il nome di Cristo: IC XC. Sette borchie ad elice fissano la placca al legno. Sulla tavola posteriore è posta una cornice, deteriorata dal tempo, simile a quella della parte anteriore, con due borchie poste al centro. La copertura sembra però anteriore al manoscritto che racchiude e gli storici dell’arte l’assegnano al XIII secolo. Questa venne probabilmente applicata al nostro codice dopo averla tolta da un altro testo sacro non più utilizzabile per la sua vetustà.

Pagine dell'Evangeliario di Cividale

Pagine dell’Evangeliario di Cividale

L’Evangeliario fu ricopiato da un testo più antico dal presbitero Valerio d’Alba nel 1433, quando era vicario curato della Chiesa di Santa Maria di Corte, sita non lungi dal Duomo. Alla fine del codice, infatti, si legge: “Completum est hoc opus Evangeliorum per me Presbjterum Valerium de Alba clericus Cracoviensis diocesis vicarius ecclesiae Santa Marie de Curia. Anno ab incarnatione Domini millesimo quadrigentesimo ticesimo tertio.”

 

Elmo di Cividale

Elmo di Cividale

L’elmo, di foggia cinquecentesca, è di cartone rivestito di cuoio riccamente decorato. E’ una copia dell’originale andato perso nel corso del ‘700. Ha come cimiero un dragone e, sulla fronte, tra due campi rossi ed in mezzo ad una foglia d’acanto, reca l’immagine di Santa Maria Assunta, titolare della Basilica. E’ reso ancor più appariscente da piume di colore rosso, bianco, giallo e azzurro. Spada, elmo ed evangeliario sono esposti al Museo Cristiano e Tesoro del Duomo, con entrata accanto al campanile.

 

La rievocazione storica 

Al termine della Messa, Cividale del Friuli diventa teatro, come accade sin dal 1984, della rievocazione storica dell’entrata nella cittadina ducale del patriarca Marquardo von Randeck, avvenuta nel 1366. Centinaia di figuranti animano le vie del centro al termine del rito liturgico: la Comunità di Cividale si appresta ad accogliere il Patriarca sfilando da Borgo di Ponte, mentre accompagnato dai Ministeriali Maggiori Marquardo von Randeck entra da Porta San Pietro e raggiunge in corteo piazza del Duomo dove, con una suggestiva cerimonia,  il Patriarca celebra alcune importanti investiture di Feudi, riceve i doni della Comunità, assiste a un duello dimostrativo in suo onore, quindi riceve la celebre spada da stocco. La rievocazione di questa giornata si conclude con un solenne giuramento di fedeltà, vassallaggio e amicizia nei confronti del capo spirituale e temporale del territorio. È così che, dal 1984, centinaia di figuranti fanno rivivere l’episodio che ha segnato la storia della Città. A organizzare l’evento,l’Amministrazione municipale di Cividale del Friuli, in collaborazione con ben nove associazioni cittadine tra cuiStudium de Cividatum“.

I Personaggi

Marquardo von Randeck giunge a Cividale accompagnato dai Ministeriali Maggiori e dalle massime autorità del tempo. Ad accompagnarlo sono i funzionari del Patriarcato: i Cuccagna, camerari, che lo affiancano recando il cofanetto con il sigillo; i Tricano, oggi D’Arcano, vessilliferi, col gonfalone con l’aquila d’oro; i Nobili Spilimbergo, coppieri, che portano la coppa; i Prampero, maestri della cucina. Affiancano Marquardo, inoltre, i Nobili delle Cappelle, con l’altarolo portatile della famiglia Boiani. Il gruppo anima con splendide coreografie piazza Duomo, slargo cittadino che viene raggiunto da tutto il corteo mossosi in precedenza da Borgo di Ponte. Nel corteo rievocativo sono rappresentate, in gruppi, le storiche famiglie nobili della Città Ducale: De Bortis, Boiani, Canussio, Di Ponte e Formentini. Oltre 150 i figuranti protagonisti di quella che è sempre una sfilata di grande impatto e coinvolgimento, anche grazie alle musiche, recentemente rinnovate e sempre più aderenti alla tradizione originale dell’epoca.

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Arrivo del Patriarca

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