Magnificat , 1993, Pupi Avati

In occasione del Convegno TourismA il giorno 20 febbraio la SAMI (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) consegnerà al regista Pupi Avati il “Premio Francovich” conferitogli con la seguente motivazione “per l’opera di divulgazione della storia e della società del Medioevo”.

Ci piace cogliere questa occasione per parlare del film che a nostro avviso meglio descrive la motivazione del premio.

DCF 1.0

Magnificat
è un film del 1993, presentato in concorso al 46º Festival di Cannes, con soggetto, regia e sceneggiatura di Pupi Avati.  Interpreti: Luigi Diberti, Arnaldo Ninchi, Massimo Bellinzoni, Dalia Lahav, Lorella Morlotti, Eleonora Alessandrelli.

La trama

L’opera è ambientata nell’anno 926, durante la settimana di Pasqua e ci narra di storie quotidiane: tra vita e morte, religione e riti antichi. Coglie con crudezza poetica gli ultimi istanti di vita del signore di quelle terre, la consegna di una fanciulla come oblata al monastero, la nascita di un figlio illegittimo del re, il matrimonio di una coppia, i doveri del boia e del suo giovane assistente, e il viaggio di un monaco da monastero a monastero per censire i confratelli e consorelle deceduti nell’inverno appena trascorso. Per molti critici è il miglior film del regista che egli stesso così descrive:

“Volevo rappresentare attraverso una serie di quadri e di personaggi gli elementi di quella società: la fede e la violenza. A quel tempo le pratiche spirituali convivevano con la violenza di tutti i giorni. Nel mio racconto si mescolano dunque le esecuzioni dei boia, l’ingresso di un’oblata in un monastero, le ultime ore del signore del posto, un matrimonio. Su tutto regna il silenzio di Dio, un silenzio che a quel tempo non era motivato dall’assenza, come accade oggi”.

Per Lietta Tornabuoni che lo recensì su La Stampa il film è passibile di letture soggettive

“Magnificat è la prima parola, nella versione latina, del cantico leggibile nel Vangelo di Luca con cui Maria risponde a sua zia Elisabetta che la saluta “madre del Signore: L’anima mia magnifica il Signore…”. Sulle intenzioni e sui significati di questo film così inconsueto di Pupi Avati, dedicato al bisogno umano d’una fede, potrà aprirsi una discussione (é un’opera religiosa oppure no, invoca e riconosce la presenza di Dio oppure ne constata l’eterna assenza?); e ciascuno spettatore, credente oppure no, lo intenderà dal punto di vista spirituale secondo il proprio sentimento o le proprie necessità.”

Note storiche

In quale Italia ci trasporta il film? Dopo la presa di Pavia nel 774 Carlo Magno viene incoronato “Re dei Franchi e dei Longobardi”. Tutti i suoi successori usano questo titolo e vengono incoronati a Pavia, l’antica capitale longobarda, come Re d’Italia e, di norma successivamente, a Roma come Imperatori. Il regno d’Italia, costituito dalla parte settentrionale del precedente Regno longobardo, è un’entità distinta all’interno dell’impero franco.

Il Regno d'Italia dopo la conquista Franca (immagine dizionaripiu.zanichelli.it)

Il Regno d’Italia dopo la conquista Franca (immagine dizionaripiu.zanichelli.it)

Sotto i Carolingi vasti territori sono soggetti a signori dotati di ampi poteri amministrativi ma non giurisdizionali, il cui potere aumenta a seguito del Capitolare di Quierzy, (Capitulare Carisiacum) dell’877. Con questo documento viene concesso che il feudo non sia più un beneficium condizionato al comportamento e alla lealtà dei feudatari nei confronti dell’imperatore, destinato a decadere alla morte del beneficiato, ma diviene ereditario.
Alla deposizione di Carlo il Grosso nell’888 il potere centrale è fortemente indebolito: Ungari e Vichinghi stanno compiendo ripetute incursioni nei territori imperiali, mentre i potentes locali, rafforzati, creano realtà autonome in Sassonia, Turingia, Baviera, Svevia, Lotaringia, Franconia, Aquitania, Guascogna, Bretagna, Normandia e Fiandre. 

L'Italia tra IX e X secolo (da Atlante Storico Garzanti)

L’Italia tra IX e X secolo (da Atlante Storico Garzanti)

In Italia si aprono contese tra i grandi feudatari, in particolare tra Berengario Marchese del Friuli e i duchi di Tuscia e Spoleto, che si considerano eredi del dominio longobardo. Invocati dai contendenti intervengono nel conflitto i sovrani delle regioni limitrofe sostenuti o contrastati di volta in volta dal Papato, preoccupato a sua volta dai tentativi di avanzata saracena. Berengario ottiene, perde e riconquista più volte la corona di Re d’Italia, fino al suo assassinio nel 926.

E’ il periodo dell’Anarchia Feudale. Ed è qui che compare il “Re Ugo” citato nella pellicola ovvero Ugo, Marchese di Provenza che fu effettivamente proclamato Re d’Italia il 9 luglio 926, quindi, in realtà, qualche mese dopo la Pasqua attorno cui avvengono i fatti del film.

Ugo regnò stabilmente per un ventennio, sostenuto successivamente dalla terza moglie, la potente Marozia, ritenuta da alcuni discendente dalla famiglia longobarda dei Tuscolo ma molto più probabilmente di antica nobiltà romana.
Ugo ebbe in seguito anche una quarta moglie, ma due soli figli legittimi.

Secondo il cronista Liutprando da Cremona ebbe invece ben sei figli illegittimi da cinque concubine, tra cui una figlia, Rotlinde, dalla concubina Roza (o Rotrude). Proprio quella Roza che vediamo, in una delle vicende del film, recarsi in portantina al Monastero della Visitazione, circondata da una piccola corte femminile, per ricevere i benefici della reliquia della Santa Vergine ivi conservata. Si tratta di una licenza poetica quella che nel film mette Roza in competizione con altre due concubine per la nascita dell’erede maschio. Lotario infatti, che succederà legittimamente a Ugo, è già nato nel precedente anno 925 dalla seconda moglie Ada (o Hilda) sposata nel 924.

Altra piccola licenza temporale è quella che fa dire al Signore di Malfole in punto di morte di “far portare la propria croce a Colonia, là dove sono le reliquie dei Magi”. In realtà le reliquie furono trasferite a Colonia soltanto nel 1164, per ordine di Federico Barbarossa e all’epoca della narrazione si trovavano ancora nella Basilica di Sant’Eustorgio a Milano.

Così come è di un po’ posteriore la Battaglia di San Leo citata nell’incontro tra la giovane Margherita diretta al Monastero e i soldati di ritorno al Norico, una regione geografica storica che comprendeva parte dell’Austria e della Baviera. Avvenne infatti nel 963 una battaglia tra le truppe di Ottone I e quelle di Berengario d’Ivrea, allora Re d’Italia, che si concluse con la resa di Berengario asserragliato proprio nella fortezza di San Leo, presso Rimini. La resa fu cruciale perché sancì l’inclusione dell’Italia nel Sacro Romano Impero ottoniano e l’unione delle due corone, italica e germanica, condizione che durò per qualche secolo.

L'incontro di Margherita con i soldati

L’incontro di Margherita con i soldati

In questa e nelle altre piccole incongruenze storiche cogliamo però il fine ultimo del Magnificat che è quello di suggerire più che descrivere, farci assaporare il clima e gli eventi che circondano le popolazioni appenniniche in quell’epoca. Il regista bolognese, conoscitore della sua terra e delle sue storie, ci affabula con suggestioni efficaci e intense e ci trasporta in un mondo tanto realistico e storico quanto onirico e leggendario.

A proposito di luoghi e delle loro leggende ci piace condividere di seguito un breve saggio che meglio di noi saprà rendere visibili i legami eterei sottesi all’opera.

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“Dove la gente credeva che il Sole trascorresse la notte sul fondo del mare”

Viaggio immaginario fra i luoghi e le leggende di Magnificat
di Letizia Grandi

L’Appennino che separa la Toscana dal bolognese e dalla Romagna è una terra misteriosa, dove i luoghi lasciano percepire una cronologia di storie che amano sfiorare il mondo della magia e della leggenda.
Pupi Avati ha sempre amato questa dimensione in cui i luoghi si popolano di personaggi che trascendono la dimensione del loro tempo e sanno valicare il confine impercettibile fra la realtà, la spiritualità e l’immaginario: un immaginario popolare, ricorrente, in cui ci si riconosce, come nell’ascolto di una vecchia storia che ci raccontavano da bambini.

Il chiostro del Monastero della Visitazione è in realtà quello dell’abbazia di Santa Maria di Valdiponte (Loc. Montelabate, Perugia)

Il chiostro del Monastero della Visitazione è in realtà quello dell’abbazia di Santa Maria di Valdiponte (Loc. Montelabate, Perugia)

Volendo tracciare la mappa di un itinerario, fra il reale e l’immaginato, dei luoghi del Magnificat è possibile provare a ricercare alcune delle località nominate, a partire da Glossina, citata dal messo che legge il bando nelle prime scene.

Carena era la principale della regione e fu detta anche Glossina. Sorgeva essa alle falde della gran rupe Feronia, che ora dicesi il Sasso, non molto lungi da Pianoro, da cui la divide la Savena”
(Annali della città di Bologna dalle sue origini al 1796 compilati da Salvatore Muzzi, 1840);

Ricordiamo che il passaggio tra l’Emilia e la Toscana prevedeva innumerevoli itinerari possibili, fra questi la strada di Saragozza: usque ad Sassum Glossina per quam irum Pistorium, citata nel 1286.
Sembrerebbe possibile identificare il Saxum Glossina con l’attuale Sasso Marconi, nelle prime propaggini collinari di Bologna, fuori dalle terre proprietà di Malfole.
Dalla descrizione dell’area di azione di Baino e del boia sembrerebbe possibile collocare la Signoria di Malfole nella Valle delle Limentre (la Limentra di Treppio e la Limentra di Sambuco), a sud di Monteacuto Ragazza (Grizzana Morandi, BO), intorno a Camugnano (BO) fino alla provincia di Forlì-Cesena, intorno a Tredozio.

Identificazione dei possibili luoghi del film

Identificazione dei possibili luoghi del film

Per quanto riguarda la collocazione del Monastero della Visitazione, si potrebbe supporre dovesse idealmente collocarsi nei dintorni di Monte Cavallo, non lontano da Sambuca Pistoiese, fra Emilia e Toscana.
Per quanto riguarda i monasteri toccati da Agnello nel peregrinare per annotare chi fosse morto durante l’inverno nelle varie comunità religiose della Pentapoli (“Chi s’è portato via l’Inverno?”) è possibile identificare la Madonna dei Lattani, Roccamonfina (CE), anche se la Madonna del Canneto, il Monastero dell’Annunciazione e la Madonna della Neve (attualmente venerata sul Monte Cimone, Modena) non possono trovare riscontri sicuri.
E’ pur vero che numerosissimi sono stati, e sono ancora, abbazie e monasteri della montagna: la Madonna miracolosa del Monastero di Calvigi, vicino a Granaglione, su uno sperone di roccia che domina la Valle del Reno; il Santuario della Madonna dell’Acero a Lizzano in Belvedere; il Santuario di Bocca di Rio; l’Abbazia di Santa Lucia di Roffeno, già esistente nel X secolo…
E’ facile comprendere come non sia stato difficile per Pupi Avati immaginare una dimensione come quella evocata dal peregrinare di Agnello da una comunità religiosa all’altra per tutta l’estate, in un cammino quasi sovrannaturale.

La prima inquadratura in cui appare il Monastero della Visitazione verso il quale sono diretti il moribondo Gomario Grifone signore di Malfole, la quattordicenne Margherita Della Conca di Montefiore destinata a prendervi i voti, e Roza la concubina che attende un figlio dal re Ugo di Provenza. Si tratta in realtò dell’Abbazia di San Liberatore a Majella, situata in Strada Provinciale per San Liberatore a Serramonacesca (Pescara)

La prima inquadratura in cui appare il Monastero della Visitazione verso il quale sono diretti il moribondo Gomario Grifone signore di Malfole, la quattordicenne Margherita Della Conca di Montefiore destinata a prendervi i voti, e Roza la concubina che attende un figlio dal re Ugo di Provenza. Si tratta in realtà dell’Abbazia di San Liberatore a Majella, situata in Strada Provinciale per San Liberatore a Serramonacesca (Pescara)

La nascita, la morte e l’amore

Tutta la vicenda di Magnificat s’instaura prevedibilmente attorno a quelli che sono i tre cardini fondamentali di tutte le umane esistenze, in tutte le epoche e in tutti i mondi, i cardini che più prevedibilmente portano l’uomo al di qua e al di là della sottile soglia che ci separa dall’invisibile, dall’impercettibile, dall’oltreumano: venire al mondo, amare, morire, in un imperscrutabile mescolanza di dimensioni e sentimenti che tutti gli uomini in tutte le epoche hanno collocato all’ambito del divino e del sovrannaturale.

Scampare la mala morte

Fin dall’inizio della narrazione veniamo a conoscenza del fatto che le genti che abitavano i possedimenti del signore di Malfole avessero una credenza, ossia che un morente, giunto vicino al momento dell’ultimo saluto, facesse una promessa alla persona più cara: gli avrebbe mostrato, una volta che la sua anima fosse arrivata nell’Aldilà, un segno della pace raggiunta.

Il profondo desiderio di percepire questo segno ci viene mostrato dai tentativi di Benicevenne di comunicare con l’amatissimo padre, col quale aveva stretto il patto. Il signore di Malfole, d’altro canto, aveva in vita lasciato precise disposizioni in merito a quegli atti i quali dovevano assicurare alla sua anima di guerriero il lasciapassare per il regno di Dio: cento messe, da far celebrare dal canonico di Reno, e un estremo voto, che la sua croce fosse portata a Colonia, ove venivano conservate le reliquie dei Magi.

Benevicenne nelmomento in cui riceve dal padre la promessa di un suo "segno dall'aldilà"

Benevicenne nel momento in cui riceve dal padre la promessa di un suo “segno dall’aldilà”

La necessità di un cerimoniale che accompagni l’anima del defunto durante l’estremo viaggio, garantendogli la protezione dai demoni, evitare la mala morte, giungere al cospetto della Vergine, è testimoniata addirittura fino ai secoli XVII-XVIII dal preziosissimo rinvenimento, nell’Appennino modenese, di una serie di amuleti e preghiere a Roccapelago, sotto la Chiesa di San Paolo.
Tra questi, una rarissima componenda, o lettera di Rivelazione, in relazione alla rivelazione avuta dalle sante Elisabetta, Brigida e Matilde in merito alla passione di Cristo, che prevede la recita di sette Pater Noster e sette Ave Maria ogni giorno, per quindici anni, per l’ottenimento di cinque grazie, tra cui l’indulgenza plenaria, la remissione dei peccati e la salvezza dell’anima dell’orante e dei suoi parenti dalle pene del Purgatorio.

Appare quindi chiaro che esiste una dimensione in cui in ogni maniera è da preservare la salvezza dell’anima e il suo viaggio, attraverso strumenti che talvolta abbracciano le antiche credenze delle genti d’Appennino, a cavallo tra religiosità, superstizione ed echi di spiritualità pagana.

La deposizione dei rami di rovo sulla oblata defunta.

La deposizione dei rami di rovo sulla oblata defunta.

In Magnificat vediamo le oblate del Monastero della Visitazione proteggere il corpo di una compagna precocemente defunta con rami di rovo, affinché i demoni non ostacolassero l’estremo viaggio di quella giovane anima.
Questa tipologia di accortezze ha un universo di confronti possibili nel medesimo contesto dell’ambientazione geografica della storia. Basterà pensare al fatto che i riti della morte nella montagna modenese presentano la necessità di munire il defunto di robuste calzature per il lungo cammino che lo attende, di denari, ben nascosti, per pagare il pedaggio, di vegliare la salma fino alla sepoltura affinché nulla possa accadere ad ostacolare il santo viaggio dell’anima e la sua salvezza.
Pare che le genti ritengano arduo e denso di ostacoli il percorso dello spirito dopo il trapasso, necessitante dell’ausilio e delle accortezze dei vivi: di segnali, cerimonie e doni. Alla conca di Montefiore, in Magnificat, vediamo svettare le candide colombe di legno su alte pertiche, come prescritto dalle antiche usanze ereditate dalle genti longobarde che abitavano la nostra montagna. La colomba di legno, alta sulla pertica, “indica la strada di casa a coloro che sono morti lontano.”

Il padre di Margherita le spiega il significato delle pertiche con le colombe

Il padre di Margherita le spiega il significato delle pertiche con le colombe

Le pertiche con le "colombe" innalzate dalpadre di Margherita "per tutti coloro che non sono più qui"

Le pertiche con le “colombe” innalzate dal padre di Margherita “per tutti coloro che non sono più qui”

Numerose sono le testimonianze della toponomastica relative a queste aree “delle pertiche”, o “alle pertiche”. Di nostro peculiare interesse, in relazione alla geografia di Magnificat, è in particolare il luogo denominato Croce alle Pertiche, nel pistoiese.

Ilconcio di San Michele a Verzuno

Il concio di San Michele a Verzuno

La permanenza di tradizioni connesse alle tradizioni longobarde nell’Appennino tosco-emiliano sono numerosissime, a livello toponomastico, culturale, gastronomico e religioso. Da questo punto di vista è da ricordare il prezioso contributo di Paolo Bacchi in relazione all’analisi di culti agrari connessi alla figura del San Michele/Odino di Verzuno, nell’Appennino bolognese, figura legata alla comunicazione fra il mondo dei vivi e quello dei morti, all’incremento della fertilità e recante come simboli a contraddistinguerlo proprio la lancia e la colomba. Le creature ornitomorfe, in generale, hanno una ricorrenza del tutto peculiare proprio nell’area di ambientazione del Magnificat, in connessione ad eredità culturali e spirituali longobarde, alla luce non solo del San Michele di Verzuno, ma anche di un’iconografia peculiare e sicuramente meritevole di ulteriori indagini storiche e antropologiche.


Amor mi mosse
Pane e streghe

<<Era un uomo esperto di incantesimi e sapeva che poteva avvicinarsi ad un tesoro solo un uomo sposato; così dopo aver trovato moglie ritornò in quel luogo e si sedette per terra a mangiare pane e cipolla. Anche questo non era casuale, in quanto tale cibo aveva il potere di liberare l’anima di un morto>>

La prima tragica esecuzione che Baino, il giovane aiutante del boia, si trova a dover praticare è quella di una bellissima donna, ingiustamente e crudelmente accusata di aver cercato di ridurre il marito all’impotenza grazie al ricorso alle arti magiche.

Il boia Folco e il suo giovane aiutante Baino

Il boia Folco e il suo giovane aiutante Baino

L’accusa ben chiaramente snocciola le procedure degli incantesimi, e ci mostra come certi alimenti e gesti vengano connotati da un potenziale sovrannaturale, in virtù di un sistema di simboli e significati che li contraddistingue.
Il pesce, naturale richiamo al Cristo, diviene un diabolico succedaneo del fallo, attraverso un meccanismo, ricorrente nell’ambito delle credenze popolari, che è quello che cosiddetto capovolgimento del sacro.
Allo stesso modo il pane, ricondotto al corpo di Cristo, diviene veicolo dell’incantesimo, attraverso un doppio meccanismo, apparentemente contradditorio, ma in realtà ricorrente: il già citato rovesciamento del sacro, poiché il pane viene impastato, in virtù dell’operazione stregonica, sui glutei della strega, e lo sfruttamento del veicolo-simbolo sacro: poiché il pane è sempre connotato di santità e potenza, egualmente l’operatrice dell’incantesimo può sfruttare questo suo potere per l’ottenimento dei suoi scopi.
Allo stesso modo in Magnificat viene citato il macinare il grano per far farina in senso inverso al procedere del sole, ossia in senso antiorario: è ben comprensibile la carica simbolica che è da riconoscere in questo gesto, se il Pane è il Sole, ed è da ricondurre alla divina potenza, la mola che macina al rovescio accrescerà in senso negativo la forza del gesto di macinare, impastare e cuocere quel dolce che in sé porterà il tocco degli intenti della strega e dei suoi aiutanti.

L'esecuzione per annegamento della "strega"

L’esecuzione per annegamento della “strega”

Ciò non avviene naturalmente solo nell’ambito delle stregonerie di natura sessuale, quelle citate per l’appunto in Magnificat, ma in tutte le operazioni magiche: nell’Appennino modenese troviamo utilizzati pane e cipolle per liberare l’anima dei defunti confinati a proteggere i tesori, il pane e l’acqua lasciati come dono ai morti di famiglia, assieme alle fave, poiché questi alimenti, dotati in potenza di valenza magica, hanno la capacità di fungere da veicolo fra i mondi, fra quello dei demoni e dei magici operanti, fra quello dei vivi e quello dei morti.

“E offrirvi voglio le mie preghiere, e i sogni della mia notte”
I versi dell’amore

Uno spaccato splendido ed evocativo è costituito, in Magnificat, dalla festa di fidanzamento di Venturina. Dopo aver chiesto al signore di Malfole l’autorizzazione alle nozze viene celebrata una gioiosa adunanza per festeggiare la prossima unione dei due giovani, accompagnata dalla recitazione di alcuni dolcissimi versi:

A colui che prenderà questa mia arroganza
Chiedo di spingersi un passo avanti a quel ragazzo che venne a far il guardia
Per nove giorni e nove notti nella torre del Passero contro quelli di Gragnone.

A colui che riceverà questa mia benedizione
Chiedo di fare una genuflessione alla donna che venne a portare agli uomini della torre del Passero
Il pane per nove giorni, e la carne e il vino e le uova per nove giorni.

A colui che riceverà questa mia canzone
Chiedo di baciare la punta delle dita del piede della donna che se ne tornò dalla torre del Passero
Ripetendo fino al borgo le parole della rimazione.

A colei che prenderà questa mia preghiera
Chiedo di scambiare il suo posto d’onore con quell’anima che ha riconosciuto il mio amore.

A coloro che la colomba ha ritrovato
Facciano il segno del Cristo per suggello di questa adunanza.

La similitudine che sorge spontanea è quella con le ambasciate del Maggio profano, ovvero il Maggio delle Ragazze, tradizione ampiamente diffusa in area appenninica, ma peculiarmente significativa nella zona di Riolunato e Frassinoro (MO) o Villa Minozzo (RE):

[…] (Ambasciata)
Io son venuto per ambasciator
innanzi a voi magnifica donzella
qui mi ha mandato il vostro caro amore
per lui io canto, per lui io ho favella
qui mi ha mandato il vostro caro aiuto
per lui io parlo e per lui io vi saluto.

E va per ogni stanza
la vaga rondinella
in questa parte o in quella a fare il nido
Eccoci tutti quanti
col bel maggio fiorito
che a noi fa dolce invito a far ritorno.

(Ambasciata)
E vi saluto tante volte tante
quante ne può pensar la vostra mente
ei v’ama tanto che struggere si sente
or tocca a voi ad essere costante
quale speranza in cor più nutrirete
se non d’amor e or amar lui dovete.

Ecco il ridente maggio
ecco quel nobil mese che viene a dare imprese ai nostri cuori
che viene a dare imprese ai nostri cuori.

Appare naturalmente chiaro che si tratta di testi sostanzialmente differenti, ma vorrei sottolineare la figura della rondinella che vaga per le stanze, che non può che evocare il gioco della colomba che viene mostrato durante la festa di fidanzamento di Venturina, ove l’uccello vola inseguito allegramente dalla comitiva; il carattere peculiarmente corale di questa tipologia di celebrazioni e infine il carattere assimilabile concettualmente all’ambasciata dei versi scelti da Pupi Avati per festeggiare gioiosamente, e sacralmente, il fidanzamento dei due giovani.

Il rituale giocoso della colomba al fidanzamento di Venturina e Arustico

Il rituale giocoso della colomba al fidanzamento di Venturina e Arustico

Oltre che ai temi e ai versi del Maggio delle Ragazze, le parole dei versi amorosi di Magnificat possono essere assimilati a un altro ambito, sempre connesso alle celebrazioni di maggio dell’Appennino emiliano: ricorre il tema del dono del pane, del vino e delle uova anche nel cosiddetto Maggio di Questua, del quale sopravvivono alcuni esempi di notevole interesse.
Per le uova, sicuramente il Maggio di questua di Casteldicasio (BO), che alterna alla sacralità connaturata al concetto di questua alcuni scherzosi motteggi. Del tutto differente, invece, un secondo riferimento simbolico: la novena. Diffusissime nella religiosità popolare, le novene prevedono la ripetizione per nove giorni di specifiche preghiere, finalizzate, di volta in volta, a l’ottenimento di grazie particolari. Vorrei ricordare a proposito dei versi in oggetto, la possibilità di un collegamento simbolico alle novene degli innamorati, da recitarsi per nove giorni, solitamente a San Giovanni Battista.

“Non è ancora cambiata la luna”
Riti della nascita nell’Appennino tosco-emiliano

Roza, concubina reale, si reca al Monastero della Visitazione seguita dalle levatrici per mettere al mondo il figlio di Re Ugo. Una sottile rete di sapienze tramandate e superstizioni avvolge gli ultimi giorni della gestazione e il sacro momento del parto, accompagnato da un cerimoniale ben preciso.
Assistiamo innanzitutto a un vaticinio per discernere il sesso del nascituro: una mammana scruta il vomito di Roza, cercando segni noti solo alle esperte delle arti magiche.
Numerose sono le credenze tramandate nella nostra montagna in relazione all’interpretazione dei segni atti a conoscere prima del tempo il sesso della creatura portata in grembo: il più diffuso prevede l’osservazione della forma della pancia, nel bolognese si dice infatti: pànza agozza en pòrta scoffia, ossia che la pancia a punta non porta la cuffia, intesa come tipico abbigliamento femminile e che di conseguenza, pànza tanda l’è una famna, pancia rotonda è una femmina, così come pancia tonda non va in guerra; seguono vaticini fatti osservando i movimenti di una vera nuziale legata ad un cordoncini, e la minuziosa analisi delle oscillazioni; il chiedere improvvisamente alla gravida di porgere una mano, se porge il dorso è maschio e viceversa; il gusto per il dolce o per il salato; ecc.

Non è inconsueto che, come Roza, le donne affidassero il buon esito del parto alla Madonna e a Santa Elisabetta, si usa dire che la Madonna porti via metà dei dolori la prima volta, ossia che una giovane donna primipara, come la Madonna, affidandosi a lei avrebbe partorito agevolmente per sua intercessione.
Prima di ciò, sarebbe però dovuta andare a fères tirèr in césa, farsi tirare in chiesa, per purificarsi e ricevere la benedizione per sé e per il piccolo. Anche l’intercessione di Santa Elisabetta era ritenuta necessaria dalle primipare per lenire i dolori del parto, uno scongiuro dialettale recita: Santa Béta, Santa Bèta / sìa dòls l’usìda / cum’è ste l’entrèda, ossia Santa Elisabetta, sia dolce l’uscita com’è stata l’entrata.

Per quanto riguarda la situazione celeste al momento del parto, in Magnificat ci vengono testimoniati due aspetti della medesima credenza: venire a nascere in un certo giorno, sotto una certa luna, influenza il carattere e le qualità della persona.

“Fu quello stesso giorno che i due carnefici si fecero trascinare dal loro prigioniero fino oltre il Pratone dei Chierici, da Isabella di Monte Cavallaro, la vedova che aveva il dono della pazzia di chi è nato in tenebra d’interlunio”

Il pasto di Roza <i>"gru e oche selvatiche cotte nella menta e nel fieno greco; pavoni in salsa di pepe e conigli in aceto e miele. Brodo di carne grassa e liquore di uva di Cret. Molliche di candidissimo pane per astergere il grasso rappreso</i>

Il pasto di Roza “gru e oche selvatiche cotte nella menta e nel fieno greco; pavoni in salsa di pepe e conigli in aceto e miele. Brodo di carne grassa e liquore di uva di Creta. Molliche di candidissimo pane per astergere il grasso rappreso”

Nascere in luna nuova non è considerato propizio dalle tradizioni popolari, è invece opinione diffusa che i bambini vengano al mondo con la luna piena, al cambio di luna, come ricorda una delle levatrici di Roza, poiché come essa esercita la sua influenza sulle maree, altrettanto può sul parto.
La nascita della creatura di Roza, il giorno di venerdì santo, è vista come una prospettiva del tutto positiva: è ritenuto infatti che i nati di quel giorno fossero insigniti del potere della guarigione e della preveggenza. Similmente, è diffusa la convinzione che medesimi poteri siano da attribuire a coloro che nascono la Notte Santa sono di volta in volta benedetti dalla benevolenza celeste o condannati alla licantropia (…Domineddio non mandi loro proprio in quella notte un figlio, perché gli toccherebbe, secondo la ferma credenza del popolo, la sorte trista e irrevocabile di Lupo mannaro), così allo stesso tempo coloro che vengono al mondo la notte del San Giovanni sono streghe e stregoni.

Infiniti potrebbero essere gli spunti da ordire sulle tracce di Magnificat, come i nomi e il numero degli animali, e i nomi e il numero delle stelle, ma porremo qui un limite momentaneo, nell’attesa di riprendere il filo, ancora una volta, di qualche vecchia storia.

Il trailer del film

 

Il film intero

Bibliografia essenziale e invito alla lettura

  • Maria Giovanna Arcamone, Fra Ramini e Vicofaro, in AA.VV. Pistoia e la Toscana nel Medioevo, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 1997
  • Paolo Bacchi, Il ruolo degli uccelli nella cultura longobarda: testimonianze dall’Appennino tosco-bolognese, Gruppo di Studi Savena Setta Sambro, Monzuno (BO), 2009
  • Paolo BacchiUn aspetto particolare del culto di Santo Stefano nell’Alto medioevo, Gruppo di Studi Savena Setta Sambro, n° 37, Monzuno (BO), 2009
  • Paolo Bacchi, Il concio di San Michele a Verzuno. Analisi di un culto agrario. Pagani e cristiani: forme e attestazioni di religiosità del mondo antico in Emilia : XI, 2012
  • Paolo Bacchi, Contadini, nobili e santi: il culto delle reliquie e altre forme di religiosità  popolare nell’appennino tosco-bolognese tra medioevo ed età moderna, Ed. Banca Pop. Milano, Castelmaggiore (BO), 2007
  • Giuliano Bagnoli, Matrimonio, gravidanza e parto nella tradizione popolare della pianura reggiana, tratto da Pina Tromellini, Riprendersi il tempo. Memorie d’infanzia, Diabasis, Reggio Emilia, 2000.
  • Eraldo Baldini, Tenebrosa Romagna, Mentalità, misteri e immaginario collettivo nei secoli della paura e della <<meraviglia>>, Società Editrice il Ponte Vecchio, Cesena, 2014
  • Paola Foschi, Le vie dei pellegrini nell’Appennino bolognese, Patròn, Bologna, 2008
  • Simone Isola, Pupi Avati: il nascondiglio dei generi, Sovera Edizioni, 2007, pp. 97-98
  • Donato Labate, Documenti cartacei tra le mummie della cripta cimiteriale della Chiesa di San Paolo di Roccapelago, Pievepelago (MO), Quaderni Estensi, IV, 2012, Modena, pp. 264-265
  • Il testo del Maggio è tratto dal lungometraggio girato al Maggio di Riolunato del 2013 da Remo Martinelli. E’ reperibile anche su www.avvelenata.it nella sezione L’albero del canto.
  • Monumenta Germanica Historica, tomus III: Liudprandi Antapodosis
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