Romanzi storici – Teutoburgo di Valerio Massimo Manfredi

teutoburgoValerio Massimo Manfredi torna al romanzo e racconta, unendo alla perfezione esattezza storica e respiro epico, la storia straordinaria e mai narrata prima di due fratelli, due guerrieri, le cui scelte hanno portato a Teutoburgo, lo scontro decisivo tra romani e germani, la battaglia che ha cambiato il destino dell’Impero Romano e del mondo.

«Le cupe foreste del Nord, i corpi insepolti dei legionari, i teschi affissi al tronco degli alberi, i centurioni sacrificati su are pagane. Tutti gli elementi di un romanzo sono presenti nell’episodio della selva di Teutoburgo; e un appassionante romanzo ne ha tratto Valerio Massimo Manfredi, Teutoburgo».Giovanni Brizzi, La Lettura

Anno 762 ab Urbe condita, oppure 9 d.C. se preferite la datazione cristiana, ma a quei tempi non si parlava ancora di Messia nati in una capanna in compagnia di un bue e di un asinello. Sta per consumarsi una delle più importanti disfatte subite dall’esercito dell’Impero. Siamo nella fitta selva di Teutoburgo, l’ultimo bastione dei Cherusci, invitta tribù germanica che occupa un territorio della Foresta Nera compreso tra il Reno e l’Elba, fiume temutissimo dai Romani, che lo considerano l’estremo continentale ad est, una sorta di Colonne d’Ercole verso Oriente. Vincere la resistenza di quella riottosa popolazione barbarica significa ultimare la conquista del continente e realizzare il sogno di un Impero multietnico, biondo e bruno. Il genio e la disciplina dei latini abbinati alla forza e all’indomabile spirito guerriero dei Germani. L’unione delle due anime assicurerebbe il dominio planetario.

Arminio e Flavus sono il perfetto esempio del sogno di Tiberio. Due principi cherusci rapiti in tenera età da una legione e cresciuti a Roma. Due magnifici colossi biondi civilizzati all’ombra del Teatro Massimo, due generali formidabili che il destino avverso farà scontrare sullo stesso campo di battaglia, alla guida di eserciti diversi. Perché Arminio, per quanto si sia integrato, avverte ancora il richiamo ancestrale del martello di Thor e degli spiriti della foresta, e presto fuggirà verso casa a guidare l’esercito germanico. Flavus invece è diventato un vero romano, un vir bonus peritus dicendi, oratore e militare impeccabile, fedele a Roma e al suo sogno di dominazione mondiale. Sono loro i protagonisti di questo appassionante romanzo storico, in cui la finzione (poca) si mescola alla realtà, nel modo in cui solo Valerio Massimo Manfredi sa fare, confermando di essere uno tra i migliori bardi di storia antica in circolazione.

L’insigne archeologo, nonché divulgatore di razza, è infatti tornato alla narrativa, dopo la trilogia di Ulisse e la breve parentesi contemporaneista di Otel Bruni, con un ottimo lavoro su Roma. Qui racconta, in un romanzo che si divora in un paio di notti, una delle battaglie dagli esiti più sconvolgenti di tutti i tempi, la prima grande disfatta subita dai Romani per mano barbarica. Le pagine dedicate allo scontro sono di rara bellezza e restituiscono a Manfredi il primato di cantore delle gesta belliche in età antica, spesso minacciato da epigoni di buon valore, ma forse fin troppo celebrati, se messi a paragone con lui. Chi si era dimenticato di Manfredi riscoprirà un grande maestro.

Ai fan di Roma sicuramente questa competizione, sempre che esista, farà piacere, perché si prospettano stagioni dense di titoli con gladi e scudi in copertina. Per chi si emoziona al solo pensiero della celeberrima formazione a testuggine e la prospettiva di un’orda di giganti biondi pronti a sfondarla a colpi di accette, questo libro sarà manna caduta dal cielo.

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