Le Bazar de la Charité: storia e fiction

E’ apparsa su Netflix il 26 dicembre 2019 una serie tv di produzione TF1-Netflix il cui infelice titolo italiano è “Destini in fiamme”, ma che in originale ha il nome di un famoso incendio parigino di fine ‘800: Le Bazar de la Charité, appunto.

Copertina di Le Petit Journal del 16 maggio 1897 dedicata all’incendio

L’episodio drammatico attorno a cui ruota la serie è accaduto il 4 maggio 1897 nel corso di una tradizionale Fiera di Beneficenza che risaliva all’epoca di Maria Antonietta, ma che dal 1885, ad opera del filantropo Harry Blount, aveva assunto il nome e la forma di Bazar, organizzato e sostenuto annualmente dall’aristocrazia cattolica.

Di anno in anno la zona e l’allestimento di tale fiera variavano: nel 1897 fu eretto al 19 di Rue Jean-Goujon, nel prestigioso VIII arrondissement, un padiglione in legno su un terreno libero tra i palazzi. Per ricostruire una suggestiva via della Parigi medievale furono riutilizzati alcuni decori teatrali, realizzati in cartapesta e dipinti con vernici infiammabili. Le botteghe, così ricostruite, offrivano oggetti in vendita e divertimenti allo scopo di raccogliere fondi per i più bisognosi.

Una vista del padiglione prima dell’apertura
Dettagli dell’interno del padiglione

Il Cinematografo

In quella tredicesima edizione del Bazar, il presidente del comitato organizzatore, barone Armand de Makcau, ammise la presenza di una nuovissima attrazione: il cinematografo.

Per convenzione si ritiene che il Cinematografo sia stato inventato dai fratelli Louis e Auguste Lumière nel 1895 a Parigi. In realtà anche altri come, l’inglese Robert William Paul, il francese Etienne Jules Marey, i tedeschi Max e Emil Skladanowsky e l’americano Thomas Alva Edison, avevano sperimentato sistemi analoghi. L’attribuzione convenzionale ai Lumière fa riferimento alla prima proiezione pubblica che i fratelli tennero per 32 spettatori paganti, il 28 dicembre 1895.

Al Bazar de la Charité del maggio 1897, per cinquanta centesimi di franco, si poteva superare il tornello e accedere alla piccola sala cinematografica priva di finestre adiacente al padiglione del bazar vero e proprio, per assistere comodamente seduti a brevi proiezioni, circa 15 minuti in cui venivano proiettati sette cortometraggi. La “sala di proiezione” era separata dal pubblico soltanto da una tenda.

La mappa del Bazar con la saletta del cinematografo, le due porte centrali e l’indicazione della finestrella sull’Hotel du Palais da cui furono effettuati molti salvataggi (da “The Bazar de la Charité Fire: The Reality, the Aftermath, the Telling” H. Mark Gosser Film History Vol. 10, No. 1, Cinema Pioneers (1998), pp. 70-89  Indiana University Press )

Come si può ben capire l’attrazione fu forte verso questa novità che, meno di due anni dopo la “prima assoluta” dei Lumière, non aveva affatto una gran diffusione. Persino molta nobiltà e alta borghesia che frequentava il Bazar ebbe accesso a questo spettacolo per la prima volta in tale occasione.

Il comitato organizzatore stipulò un contratto con l’azienda Normandin che commercializzava il proiettore progettato da Henry Joly e che forniva anche gli operatori necessari al funzionamento dell’apparato. Il proiettore Joly-Normandin utilizzato al Bazar era un modello brevettato proprio in quell’anno e in concorrenza con quello dei fratelli Lumière.

Proiettore Joly-Normandin (da “The Bazar de la Charité Fire: The Reality, the Aftermath, the Telling” H. Mark Gosser Film History Vol. 10, No. 1, Cinema Pioneers (1998), pp. 70-89  Indiana University Press )

Era dotato di una lampada ad etere-ossigeno come fonte luminosa, dal momento che l’elettricità non era disponibile in quegli spazi e le celle voltaiche furono giudicate scomode e ingombranti. La scelta era abbastanza comune, dal momento che poche zone delle città europee del tempo erano raggiunte dall’elettricità, e nei teatri tali lampade, come quelle a ossi-idrogeno, erano abitualmente utilizzate. Si trattava quindi di una scelta professionale, soprattutto per l’uso di unità mobili.

Nell’immagine è raffigurata una tipica lampada Molteni da illuminazione di produzione francese della fine degli anni 1890. L’ugello (B) emette la miscela dei due gas, etere ed ossigeno di cui E ed O sono rispettivamente gli ingressi. P è il cilindro a incandescenza. (da “The Bazar de la Charité Fire: The Reality, the Aftermath, the Telling” H. Mark Gosser Film History Vol. 10, No. 1, Cinema Pioneers (1998), pp. 70-89  Indiana University Press )

Le pellicole del tempo erano in celluloide o nitrato di cellulosa, un materiale altamente infiammabile inventato un trentennio prima da John Wesley Hyatt  e brevettato solo dieci anni prima da Hannibal Williston Goodwin come supporto fotografico.

Nell’insieme questa “attrazione” poteva considerarsi ancora “in via sperimentale”.

L’incendio

L’incendio divampò da subito furioso tra le 16,05 e le 16,15 partendo dalla cabina di proiezione. Le colonne di fiamme salirono velocemente lungo le pareti di legno d’abete verniciate e le stoffe che le drappeggiavano, raggiungendo in pochi attimi il tetto. Fu dall’alto che si diffuse il fuoco e l’attiguo padiglione divampò a sua volta a partire dal velario di carta cerata che in breve tempo si trasformò in uno strato di fiamme. Le scintille cadendo sulla cartapesta delle pareti e sul pavimento di abete spargevano nuovi focolai. Alle 16,55 il pesante velario in fiamme, lungo 80 metri, crollò simultaneamente per tutta la sua lunghezza, causando la maggior parte dei decessi.

Le porte girevoli d’uscita vennero a breve bloccate dalle persone cadute sotto la spinta della folla presa dal panico, molte furono calpestate, altri svennero per i fumi tossici.

L’incendio in un’illustrazione dell’epoca

La maggior parte dei presenti, stimati in totale tra le 1200 e le 1500 persone, erano donne. Erano infatti tutte donne gli espositori, le nobili promotrici della Fiera di Beneficenza, ma anche la maggior parte dei visitatori tra cui nobili, borghesi, domestiche, religiose. Numerosi anche i bambini. A quell’ora di pomeriggio di un martedì, quasi tutti gli uomini erano impegnati altrove ad attendere i loro affari.

I dipendenti del vicino Hotel du Palais, attraverso una piccola finestra, trassero in salvo centinaia di persone, meritandosi in seguito una prima pagina su Le Petit Journal, ma le persone rimaste intrappolate e senza speranze furono oltre un centinaio. I Vigili del Fuoco sopraggiunti nel frattempo estinsero le fiamme entro le 17,30 ma più che per la loro opera il rogo si estinse naturalmente dopo aver divorato letteralmente ogni cosa, come dimostrano le foto superstiti dell’epoca: tutta la struttura era costituita da materiale altamente infiammabile. Non restò loro che estrarre i cadaveri e disporli per il riconoscimento.

La copertina dedicata ai soccorritori

L’identificazione dei deceduti non fu compito facile per la polizia, molti di essi furono riconosciuti solo grazie ai gioielli o parti di abiti. Alcuni non lo furono affatto.

Il giorno 6 maggio la polizia rese pubblica una prima lista di nomi identificati: erano 73. Il 16 maggio la lista ufficiale era salita a 117 con l’aggiunta di tre cadaveri irriconoscibili. I resoconti dell’epoca riportano numeri definitivi differenti tra loro, che raggiungono i 125-130 decessi. Certamente vi furono altre centinaia di feriti, anche gravissimi, ricoverati in tutti gli ospedali cittadini.

L’area del Bazar dopo l’incendio

Almeno 60 tra le vittime erano nobili, donne e bambine, la più famosa delle quali Sofia Carlotta di Baviera, duchessa di Alençon e sorella della celebre Sissi, imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Lo stato di Sofia era tale che venne riconosciuta tramite alcuni gioielli, un piccolo brandello della manica e l’analisi della dentatura.

L’impatto della catastrofe fu enorme sulla città, divenne normale indossare abiti a lutto e la partecipazione ai numerosi funerali fu per lungo tempo l’unica occasione sociale, essendo state annullate quasi tutte le mondanità.

Le responsabilità

Gli accertamenti sulle responsabilità dell’orrendo rogo durarono fino all’agosto del 1897. Apparve subito chiaro che la causa fosse stata la combustione della pericolosa miscela di etere e ossigeno che alimentava il sistema di illuminazione per la proiezione del cinematografo. Tuttavia la ricostruzione esatta della dinamica trovò ostacolo non soltanto nell’evidente riluttanza ad ammettere una colpa talmente enorme, sebbene involontaria, ma anche nella scarsa competenza degli stessi funzionari rispetto a materiali e funzionamenti di un apparato così nuovo e sconosciuto.

Nei verbali delle deposizioni e nei reportage successivi si confondono il sistema di illuminazione con il proiettore vero e proprio e si menziona erroneamente il Cinematografo dei Lumière. Un testimone cita la presenza sul posto di Ernest Normandin in persona, il produttore assieme a Joly del proiettore, anche se fu in seguito provato che fosse ben lontano dal luogo dell’incidente. Il nome dell’apparato tuttavia restò indelebilmente legato al funesto evento, tanto che fu cambiato in seguito in The Royal Biograph.

Le famiglie delle vittime del Bazaar of Charité acquistarono l’area dell’incendio per costruirvi nel 1900 un edificio religioso commemorativo: la cappella di Notre-Dame de Consolation. (Foto: Charlotte OVERNEY)

Al termine delle confuse indagini vennero condannati i due proiezionisti, Bellac e Bagrachow, e il barone Mackau, responsabile della sicurezza del Bazar. Fu infatti chiarito tramite le deposizioni dei due addetti, che Bagrachow accese un fiammifero per illuminare la buia cabina di proiezione mentre Bellac si occupava di ricaricare la lampada a gas. Le differenze tra le dichiarazioni dei due colleghi stanno soltanto su chi decise l’azione di accendere il fiammifero: Bellac sostenne che fu una scelta di Bagrachow, quest’ultimo che fu richiesta esplicita di Bellac.

Ma l’accensione del fiammifero che diede origine all’esplosione del gas è accertata: l’infiammabilità delle pellicole in celluloide fece il resto. Per ammissione reciproca e per testimonianza di alcuni superstiti, entrambi i proiezionisti si adoperarono per facilitare lo sgombero rapido della saletta cercando allo stesso tempo di tranquillizzare il pubblico. Nel corso del processo si tenne conto di questo aspetto.

Monumento alla vittime non riconosciute dell’incendio del Bazar de la Charité nel cimitero parigino Père-Lachaise – Division 92

Bellac, in qualità di capo-operatore, fu condannato ad un anno di reclusione e 300 franchi di ammenda; Bagrachow a soli otto mesi di prigione e 200 franchi di ammenda; il barone Mackau a 500 franchi di multa.
Non fu imputata nessuna responsabilità all’azienda Joly-Normandin che aveva fornito anche i tecnici proiezionisti. Tutte le condanne vennero sospese in virtù della legge Bérenger che prevedeva la condizionale per gli incensurati.

La stampa e buona parte del pubblico si indignò per l’eccessiva clemenza della corte. Le polemiche non cessarono in breve tempo. Si diffuse una diffidenza, motivata, nei confronti del cinematografo e delle condizioni di sicurezza in cui le proiezioni si tenevano. Il 1° settembre 1897 entrò in vigore un’ordinanza parigina su misure preventive e uscite di sicurezza in luoghi di ritrovo pubblici, ma occorse un altro anno prima che venisse emanata una specifica ordinanza per le proiezioni cinematografiche (articolo 108 dell’ordinanza del 1° settembre 1898) . Tra i provvedimenti si affermava che le cabine di proiezione dovessero essere costruite in materiale non infiammabile; che le lampade per l’illuminazione non fossero di tipo ossi-etere; che tra la pellicola e le lenti condensatrici venisse posta una protezione, come un globo vitreo pieno d’acqua, come nel cinematografo Lumière; infine che la pellicola venisse conservata in un contenitore solido, preferibilmente metallico. Tali indicazioni ebbero validità di legge in tutto il paese soltanto dal 1° gennaio 1927.

Ritratto fotografico di Caroline Rémy, nota con lo pseudonimo di Séverine

Una delle voci più provocatorie, a ridosso della tragedia, fu quella della giornalista anarchica e femminista Caroline Rémy, nota con lo pseudonimo di Séverine, che sull’ Écho de Paris del 14 maggio 1897 lanciò la sua accusa: “Che cosa hanno fatto gli uomini?”

Sottolineava che l’esiguo numero di vittime maschili, sette su centoventicinque, indicasse come questi “facendosi largo a colpi di bastone e calpestando le donne, abbiano pensato esclusivamente a mettere in salvo se stessi”, mentre gli unici soccorritori di sesso maschile non appartenevano certo alle classi più alte della nobiltà e della borghesia, ma fossero cuochi e garzoni degli esercizi commerciali circostanti il luogo del disastro. In linea con le proprie posizioni politiche la giornalista attaccava contemporaneamente le classi sociali più elevate e il genere maschile, in un periodo storico in cui le donne non godevano ancora del diritto di voto.

La fiction

E’ proprio a partire da questo tema, che si sviluppa la fiction francese approdata su Netflix. Le tre principali protagoniste, coinvolte in diversa misura dal dramma dell’incendio, vedono cambiare drasticamente le proprie vite traendone addirittura occasione di rivalsa e liberazione dal regime oppressivo e maschilista.

Fotogramma dalla serie Netflix Le Bazar de la Charité

La ricostruzione storica generale ci pare apprezzabile e le scene relative alla catastrofe sono di grandissimo impatto, sebbene forse un po’ troppo prolungate occupando quasi la metà di un intero episodio. La tesi di fondo però ovvero la barbarie maschile dominante, appare un po’ forzata e troppo insistita, soprattutto fondata sulla falsa premessa, come abbiamo avuto modo di dire poco sopra, che i nobili e borghesi abbiano dato il peggio di sé in occasione della tragedia del Bazar. In realtà semplicemente nobili e borghesi maschi non erano presenti.

Nella fiction tuttavia assistiamo alla duplice dicotomia tra classi sociali e generi in cui i “buoni” sono sicuramente donne o maschi di ceti umili. Sebbene le personalità maschili descritte, come il politico senza scrupoli, l’uomo d’affari ricattato economicamente e il ricco rampollo pavido e ottuso, non siano così lontani da possibili individui del passato e del presente, gli aspetti eroici ed esclusivamente positivi dei personaggi femminili li rendono abbastanza irreali.

Vi è un clima complessivo da feuilleton, inclusa l’eccessiva enfasi e i toni sopra le righe sia nei tratti delle eroine protagoniste che nella recitazione delle loro interpreti. Come dimenticare infatti gli occhioni perennemente sbarrati di Audrey Fleurot nel ruolo di Adrienne? Oppure le frequenti crisi di nervi di Camille Lou nel ruolo di Alice, (i cui capelli tra l’altro si allungano e si accorciano misteriosamente tra una scena e l’altra)? Costei inoltre cavalca, rigorosamente vestita di bianco panna, un meraviglioso frisone nero, con una monta a cavalcioni con tanto di sottogonne in mostra, anziché all’amazzone, per compiere quotidiane scorribande solitarie nel Bois de Boulogne. Probabilmente, nell’intento di creatrici e sceneggiatrici, questi elementi dovrebbero indicare l’indole ribelle della giovane, ma appaiono davvero poco credibili, se l’obiettivo è la descrizione reale di una società maschilista e patriarcale. Risultano invece particolarmente adatti a uno stile tra il rocambolesco-romantico e il sentimento fin de siècle.

I veri fatti non storici della serie sono però i tentativi di attribuire le responsabilità della tragedia al movimento anarchico, da parte del villain della serie, per scopi esclusivamente politici.
Di ipotesi terroristiche, nel corso delle indagini del caso specifico, non vi è infatti storicamente alcuna traccia. La scelta di introdurre questo aspetto, che rincara la dose sul “cattivo” designato, rendendolo ancora più infido e manipolatore, è certamente funzionale allo spettacolo e ad attrarre la simpatia del pubblico verso le sue vittime. Tuttavia l’inserimento di questo tema non ci è dispiaciuto poiché rammenta un reale clima politico e sociale di quegli anni, che vedeva la presenza sparsa per tutta Europa di elementi anarchici, “anarchici italiani” sottolinea un personaggio della fiction.

Ricordiamo infatti i due morti per una bomba in un caffè di Parigi nel 1892, i venti morti in un teatro di Barcellona per l’esplosione di un ordigno nel 1893, il fallito attentato a Crispi a Napoli nel giugno del 1894 , l’attentato dell’italiano Sante Caserio contro il Presidente francese Marie Francois Sadi Carnot che rimase ucciso nel luglio del 1894, l’uccisione nel 1897 del presidente spagnolo Antonio Cànovas del Castillo da parte dell’italiano Michele Angiolillo, per giungere infine, nel 1900, all’attentato riuscito contro Umberto I a Monza.

Riferimenti

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